Ricominciai a scrivere su carta perché me lo ordinò il dottore – Secondo Movimento

- 15 Settembre 2011

Sembrava una cavolata. A un mese di distanza dall’infortunio il dottore non è convinto che sia tutto a posto, nemmeno io, ma che senso ha dirglielo? Ci sono due tipi di dottori: quelli per i quali non hai mai nulla e quelli per i quali hai tutto. Il mio indubbiamente appartiene alla seconda specie, vuole che faccia un po’ di fisioterapia. Tsè! Fisioterapia.

– Signorina – attacca ‒ l’unico altro modo che possa avvicinarsi a far sì che il dito torni a posto come vogliamo noi – (noi chi scusi?) ‒ è scrivere a penna, su carta, sa quella cosa con l’inchiostro…

Sguardi perplessi.

– Allora? Mi fa la ricetta?

È la prima cosa che impari alle elementari, e quanto ci tengono le maestre poi alla bella calligrafia. La mia calligrafia era definita a raspaticcio di gallina, niente di buono quindi. Son quelle cose che ti condizionano la vita, perché tirare fuori vecchi scheletri dagli armadi?

Vado alla FarmaCartoleria a mettere le mani nei quaderni a occhi chiusi per scegliere quello giusto, un quaderno color cartone con le pagine di carta scura, passo davanti alle biro, ma so già quale scegliere. Se si potesse andare in cartoleria con le ricette mediche rosa, quelle che non paghi:

– Cosa prende signorina?

– Una scatola di pastelli da dodici, tre quaderni, una biro e poi mi scelgo tre momentlibri per i viaggi lunghi…

– Ecco a lei, non spende niente!

E te ne vai a casa con il sacchetto sotto braccio. Felice, con la tua cura a tutti i mali.

La prima cosa che ho fatto è stata cercare di lavorarmi la prima pagina, è importante la prima pagina, connoterà il resto. In mezzo con il pastello blu scrivo:

Solo il dolore ti fa capire cos’è la vita senza il dolore
Achille piè veloce – Stefano Benni

Nemmeno in prima elementare scrivevo così male. Storta, tremante, affaticata, la scrittura di una bambina che conosce altre forme di comunicazione e quella che adesso le si presenta come nuova e universale è così difficile e dolorosa da imparare e da comprendere, le parole vogliono sempre voler dire un sacco di cose e nessuna allo stesso tempo, creano confusione.

Va bene così, penso, è da dove sto iniziando, vedremo come sarà quando tutto sarà tornato al suo posto.

Al secondo giorno mi trovo a scrivere:

Stringimi madre ho molto peccato ma la vita è un suicidio e l’amore un rogo…
Voglio una pelle splendida – Afterhours

Riguardo le mie “opere” a pastello blu. Trovo insopportabili le S quasi quanto il male che ho provato nel tracciarle, così come le M. Il dolore torna fuori a tormentarmi con le distrazioni.

Mentre porte, maniglie, bottoni, stringhe, zip, pulsanti, cambi, volanti etc… stanno diventando una sciocchezza per la mia mano sinistra, per la degente destra diventa un impedimento pure scrivere, e quando le cose che ami di più ti fanno male hai due strade: o lasci perdere o vai avanti cercando di migliorare le cose. Per il discorso del rugby e del credersi Wonder Woman io vado avanti, e ogni giorno che passa mi trovo un quaderno color cartone con le pagine vuote riempite a metà dalla prima frase che mi passa per la testa. Il giorno dopo, poi, sfoglio con delicatezza le pagine, per notare i cambiamenti, le imperfezioni del tratto e per passare le dita sulla carta trafitta. Pagine scarne, una data in alto a sinistra, una frase in mezzo e il mio nome in basso, a destra.

 

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