Ricominciai a scrivere su carta perché me lo ordinò il dottore – Quarto Movimento

- 29 Settembre 2011

È quello che sai che ti uccide o è quello che non sai?

Non voglio pensare a niente adesso. Mentre la pioggia mi scorre giù per la schiena e mi appesantisce i vestiti voglio rimanere sospesa, una piuma persa nel vento degli eventi, che balla tra le correnti, che non scende sulla terra. Sembra quasi che le piaccia rimanere lì, sospesa a guardare gli umani distratti dalle vite degli altri, con la testa bassa, affaticata da pensieri inutili. Un intervallo tra un colpo d’aria e l’altro e la piuma cade giù. Scende sul tuo fianco, ti accarezza la guancia, ti sfiora la schiena e con un brivido risveglia la pelle. Ti fermi, sicuro che qualcosa è cambiato, l’hai sentito anche tu il riposo del vento e la vibrazione dell’aria, poi da uomo distratto hai proseguito il tuo cammino, ma quella sensazione non ti ha abbandonato; allora tornerai a cercarla, non sapendo che è stata la leggerezza di una piuma a inceppare un ingranaggio.

Mancavano poche pagine alla fine del quaderno, da Primavera neanche per sogno eravamo passati a Estate sub-sahariana. Il tutore che mi avevano dato per la mano era un forno e si staccava tutte le volte che cadevo, era come una toppa difettosa su un abito liso.

Siamo fatti di corde, ci allunghiamo, ci logoriamo e quando ci spezziamo confidiamo in qualcuno o qualcosa che ci sappia rimettere a posto. Mettiamo nelle mani di altri il nostro destino a pezzetti, deleghiamo parti di noi che non siamo bravi a gestire; gli altri provano a rimettere in moto il meccanismo e ci restituiscono a noi stessi dandoci la garanzia di essere come nuovi. Nessun carrozziere ti verrà mai a raccontare, in tutta sincerità, che un’auto incidentata è come nuova, ma un po’ lo devi credere, per tornare a muoverti come prima, per ritrovare la tua indipendenza, più o meno sicuro che nel momento in cui qualcosa non andrà potrai lasciarti andare agli altri.

Abbiamo bisogno di fidarci perché siamo troppo incostanti per credere in noi stessi, consapevoli che, tra un respiro e l’altro, il giro d’ossigeno non arriverà al cervello e ci lasceremo andare all’istinto, non pensando a cosa è meglio per noi ma a cosa ci fa stare meglio in quel momento. E quando tornerà a bussare l’istinto di proteggerci alzeremo un braccio e se la spinta contraria sarà più forte il dolore ci farà tornare razionali, anche se qualcosa non funzionerà più come prima, e noi non potremo farci niente. Ma se del prima non si è mai soddisfatti come si fa a desiderare che tutto sia come prima…?

Un foglio bianco, una matita colorata, una mano tremante piena di cose da dire e la tua storia da riscrivere, ancora una volta, partendo dall’ultima pagina:

28 Maggio 2011

Ricominciai a scrivere su carta perché me lo ordinò il dottore…

C*

 

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