Ricominciai a scrivere su carta perché me lo ordinò il dottore – Primo Movimento

- 8 Settembre 2011

Era marzo, quasi primavera solo sul calendario, un vento gelido spazzava e sporcava le strade, sintomi di un inverno che non mollava. Le persone, invece, iniziavano a farlo, erano tutte umide dentro e la muffa cominciava a coprirle anche fuori, una muta impermeabile che nascondeva i pensieri, le espressioni e i sentimenti. Si rifugiavano al caldo secco di malto e fumo dei pub con la speranza di asciugare angosce a forza di pinte.

Successe una di queste fredde sere marzoline, pioveva come solo a marzo può piovere, un’acqua forte e incessante che aveva trasformato il campo da rugby in una palude e noi in ranocchie che si affannavano dietro a una confusa e fangosa mosca ovale.

Mancavano dieci minuti alla fine dell’allenamento, dovevamo resistere, domenica partita in casa e un posto da titolare che aspettava. Poi, grazie alla sfiga che è sempre in agguato, scrock. Silenzio.

Pioggia maledetta, confusa alle lacrime di dolore mentre il cervello pensa a tutte le ipotesi più drammatiche: “è rotto, lo so, è rotto”. Il mio pollice destro, violaceo e pulsante di dolore chiedeva pietà mentre guidavo verso casa. La mattina dopo con un po’ di crema e ghiaccio non ci sarebbe stato più niente, ma così non la pensava il dottore che mi visitò il giorno dopo.

Venti giorni di fasciatura, ghiaccio all’evenienza e riposo.

Siamo fragili. Crediamo che niente o poco possa distruggerci e invece è un attimo, una distrazione, un intervallo preso male, un rosso scattato mentre attraversi, sicuro di avere ancora l’arancione, una spallata nella folla, nella ressa di un locale, un piede messo male sui sampietrini e tutto cambia.

Io me la sono cercata più di altri, forse, giocare a rugby ed essere una ragazza non è facile se il fisico non ti aiuta, ma ti basta un attimo per innamorarti di lui, l’odore dell’erba, del sudore, e quella strana sensazione di pace dopo due ore di guerra. Ne esci così svuotata che ti senti pronta ad affrontare tutto.

Ma nel momento in cui qualcosa non funziona più, qualcosa che è stata sempre lì, che non ti sei mai posta il problema di come usare, tutto diventa un casino. Forse non t’immagini nemmeno quanto sia utile un pollice fino a quando non lo puoi più adoperare, dal metterti le scarpe all’abbottonarti i jeans o qualsiasi cosa sia dotata di bottoni, clip, stringhe, serrature, maniglie, pulsanti, manopole.

Insomma, il mondo intero è contro di te e siccome tutto t’innervosisce ti viene la smaniosa voglia di fumarti una sigaretta ma… ah ah ah tu fumi il tabacco, maledetto tabacco, cartina, filtro, troppe cose da muovere per un pollice solo, il redux, il sinistro, ma perché non sono nata ambidestra, cose che ti tormentano dalla mattina alla sera, mentre intanto continui caparbiamente a sbattere il tuo malandato arto ovunque, imprecando in tutte le lingue del mondo. E cominci a chiederti perché cazzo doveva succedere.

Siamo così disabituati a chiedere aiuto che non lo sappiamo fare, ma poi i “lascia stare faccio da sola” diventano “no, non ce la faccio”. Anche se tu che giochi a rugby avevi cancellato la frase “non ce la faccio” dal manuale d’uso.

Poi impari a convivere con il dolore, con qualcosa che non c’è più, con qualcosa che prima funzionava e d’improvviso non funziona più. Pensi che non tornerà mai tutto come prima: una piccola gobba, una sporgenza ti ricorderà quel dolore senza insegnarti a non ripeterlo, perché sono cose che succedono e basta, non impari a farle andare diversamente, e l’uomo è sciocco, pensa sempre che tutto alla fine andrà in modo diverso. Tornerà a far male, sempre meno frequentemente, quando il tempo cambia e il vento alimenta i fuochi e trascina gli odori. Finché resterà solo un dolore piccolo, qualcosa di scomposto in un corpo fatto di toppe e cicatrici.

 

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