Filomena aprì il sacchetto con terrore. Clelia colse la sua incertezza e ne rise, appoggiata alla cornice della porta. Poi si avvicinò e con le mani bianche ossute da cadavere sciolse il nodo di plastica e ne rovesciò il contenuto in una bacinella: tre chili di lumache di mare, vive, viscide e con le antennine di fuori al contatto con l’acqua. Esseri teneri, che andavano uccisi lentamente, messi a spurgare nel sale mentre ancora si credevano salvi e poi gettati in una pentola d’acqua appena calda, in modo che non s’accorgessero di stare per morire. Certe, Clelia lo sapeva per esperienza, tentavano di salvarsi fino all’ultimo in una sorta di istinto di sopravvivenza darwiniano, e s’attaccavano al coperchio. Morivano cotte dal vapore, con le antenne ancora fuori.

Stava raccontando tutto a Filomena che se ne stava atterrita con le mani lungo i fianchi. L’aveva lasciata così quando era suonato il telefono, al cospetto di molte vite a cui mettere fine. Dall’altro capo del filo aveva preso accordi per il burraco e per le mèche ai capelli, aveva riattaccato e poi ripreso la cornetta, telefonato al bar rosticceria dell’angolo, ordinato due porzioni di lasagna e una di arancini. Il guaglione avrebbe consegnato tutto alle due e mezza, in tempo per il rientro di Amedeo. Poi aveva chiamato anche lui, facendo la voce dolce che fanno le donne quando vogliono qualcosa, gli aveva chiesto di tornare presto per il pranzo e poi di portarla al cinema, adesso che avevano il tempo e i soldi sufficienti per essere felici. Adesso che anche Filomena stava davanti al tempo che passa e alla cattiveria che viene a spiegare quello che le parole buone trovano difficoltà a dire.

Lasciò passare mezz’ora, e poi ancora un’altra e quando l’orologio del salotto suonò le due e un quarto si alzò dalla poltrona abbandonando il vecchio mensile femminile su cui aveva cercato di concentrare l’attenzione, percorse il corridoio scuro fluida e veloce, ma senza metterci troppo poco tempo, in modo da assaporare tutti gli attimi che la separavano dalla sorpresa della vittoria e quando entrò nella cucina lo fece con gli occhi chiusi per non anticipare il piacere, certa com’era di trovare la soluzione ai suoi problemi tra i mobili lucidati a specchio, le posate e i piatti. Ma nella stanza in cui stava il cuore della famiglia, nel poco sale usato per i broccoli che sennò fa male ai reni e nelle uova solo una volta a settimana che sennò il colesterolo va alle stelle, non ci aveva trovato nessuno. La pentola era sul fornello, la tavola era apparecchiata, i panni erano stati ritirati da fuori alla finestra, ma Filomena non c’era più.

Clelia la chiamò a gran voce, con quella mollezza tipica di una che non vuole far capire le sue intenzioni o di un bambino che s’è pentito e chiede che lo scherzo possa finire, adesso. Non vi era stata risposta. S’era appoggiata al muro come se fosse stata sul punto di perdere l’equilibrio. Poi qualcosa di vivo e viscido le aveva toccato la mano. S’era girata lentamente e aveva visto due, quattro, sei antennine muoversi tanto velocemente che i suoi occhi non ci volevano credere. Si era girata ancora, questa volta di fretta, attonita e incredula. Filomena non rispondeva. Al suo posto c’erano tre chili di lumache di mare, vive, attaccate alle piastrelle, agli stipiti, alla cappa della cucina, alle pareti del corridoio e dello studio, in una fila lunga che arrivava fino alla camera da letto. Nella pentola l’acqua bolliva. Sul tavolo della cucina era rimasto un biglietto scritto con una grafia appena leggibile, ma chiara: signora, pietà per le maruzze.