Filomena stendeva i panni, ritirava i panni, puliva le scale, faceva la spesa, lavava i vetri arrampicata su una sedia, toglieva le tende per pulirle. Metteva tanto ordine che quando uno abbassava gli occhi dal soffitto alto finemente stuccato ritrovava a terra lo stesso vuoto di spazio, il pavimento azzurro della cucina era un nuovo cielo lucido di ammoniaca ters. Adesso Filomena ammorbidiva lenzuola e asciugamani, pure i maglioncini infeltriti misto lana prendevano vita.

Stirava i panni con una maestria nelle mani che faceva male a vedersi, Amedeo la osservava dallo studio, con la porta semichiusa. Il gatto di casa diventava, davanti a lei, un ammasso informe: le si gettava ai piedi annullando la colonna vertebrale, faceva fusa e miagolizzi di cui era sempre stato povero. Ad Amedeo la cosa degli animali l’aveva conquistato definitivamente, lui stesso sapeva della sua natura di istinti bassi, mangiare dormire andare in calore, che era sicuro che questa signora di diciotto anni avrebbe potuto leggergli il cuore con uno sguardo solo. Se ne teneva, dunque, a debita distanza.

Clelia aveva una specie di primato nella stanza di fondo, la cucina, in un’esclusiva all’accensione del gas e alla lista della spesa. Cucinava di tutto con costanza e fermezza, una consacrazione tale che ogni pranzo pareva l’ultima cena: quando lei spezzava il pane davvero pretendeva che le si rendesse grazie. Certi giorni, quando disegnava pulizie in grande, cambio di stagione per i vestiti o lavaggio delle coperte, Filomena era ammessa alla tavola. Amedeo allora non riusciva a mangiare: la pancia che aveva sempre sentito soddisfatta adesso pareva una bacinella vuota, il poco cibo che riusciva a mandare giù gli navigava nell’esofago come era successo la volta che aveva preso il traghetto Caremar per andare a Ischia. Quando Clelia si era accorta che la ragazza rendeva anche in cucina le aveva riservato la pulizia dei cibi difficili, le carni morte di cui si era sempre schifata.

Adesso poteva accettare le offerte dei macellai quando al primo giorno di pioggia mettevano fuori la gallina per farci il brodo: Filomena avrebbe fatto il resto. Lo stesso era successo con il coniglio e i polpi. Amedeo era entrato in cucina, infine, mentre lei puliva i gamberetti: con le unghiette aveva tirato fuori il nero intestino, e s’era sentito pure lui tirare un filo, un filo che collegava certe parti del corpo che non si ricordava nemmeno più d’avere. Clelia era rientrata in quel momento e aveva capito tutto dal ciglio del corridoio che tagliava a metà l’appartamento. Il suo sguardo era arrivato sulla porta, aveva girato sui diciotto e sui sessantacinque anni senza possibilità di fraintendimenti di sorta.

Da quel momento la vita di Filomena era diventata più dura, nella casa di Santa Teresa degli Scalzi. Clelia aveva riflettuto: non poteva licenziarla come s’era sognata di fare, urlando e prendendola per le spalle. Per prima cosa non ne aveva una ragione concreta. La signora delle pulizie era poi economica e diligente, offriva a pochi euro l’ora un servizio che altrove veniva estorto, pagato, negoziato. Clelia s’era convinta che doveva essere un po’ scema, questa Filomena, a non chiedere di più, a regalare quasi la sua attenzione ai mobili scuri e nodosi che nessuno, manco lei stessa, s’era mai premurata di pulire con tanta costanza.

Forse aveva una specie di vocazione a mettere in ordine le case degli altri, si era detta alla fine. Forse ne ha poca capacità a casa sua, forse casa sua è talmente piccola da non poter decidere scegliere pulire nulla, quindi riversa tutto qui. Allora non la chiamava più signora ma regina della camicia stirata. Le lasciava sempre qualcosa di cucinato e le diceva di portarlo a casa per farci mangiare sua madre il padre i fratelli, sperando di umiliarla e di mettere la distanza necessaria agli occhi del marito. Ma gli occhi di Amedeo, da quando l’avevano vista sulla porta di casa, non s’erano mai mossi più di tanto.

Spaventati da quello che era successo nella cucina, s’erano limitati ‒ diceva a sé stesso seduto alla scrivania dello studio ‒ s’erano limitati a guardare un bel culo.