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Maruzze I

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La casa di Clelia era una tipica casa napoletana: soffitti altissimi, cornici di stucco e finestre alte, secche e fonde che stendere i panni era sempre un tentato suicidio. La signora che veniva a fare le pulizie si chiamava Filomena e ogni volta che le toccava affacciarsi per appendere un lenzuolo o per battere un tappeto per stare più sicura apriva le gambe il più che poteva, stendendo i piedi di lato, paralleli al battiscopa del muro. C’è da dire che Filomena aveva i piedi piatti e questo l’aiutava tantissimo nella vita: l’arco della pianta s’era totalmente cancellato, uniformato al basolato scuro e denso di sapone del quartiere dov’era nata e cresciuta; la sua era una camminata forte di calcagno e punta anche se c’aveva sì e no diciotto anni. L’ultima volta che aveva messo i tacchi era stato al matrimonio del fratello e anche in quel caso s’era portata dietro le pantofole.

Una volta seduta, sotto la tovaglia rosa antico del Reggia Palace Hotel, si era sfilata le decolleté e infilata le flyflot pezzotte comprate ai Miracoli. Il suo non era un tratto fiero o superbo, e in lei non c’era la presunzione del saper fare che certe volte si trova nelle persone che hanno imparato a vivere a forza di bastonate: lei non s’era presa nessuna lezione con accondiscendenza. Era cresciuta, più semplicemente, concreta e livellata alle possibilità che si trovava davanti e questo le aveva garantito una serie di forme di rispetto. Per esempio, la signora Clelia.

Quando telefonava le dava sempre del lei e la chiamava signora anche se tra loro c’erano quarant’anni di differenza, ed era una differenza che Clelia era solita usare a suo vantaggio quando chiedeva un posto per sedersi sull’autobus e sulla metropolitana, o quando andava a comprare il pesce al mercato di Fuorigrotta. Filomena, dalla parte sua, aveva tutta una serie di caratteristiche che l’avevano resa immune all’adolescenza, si faceva fatica a immaginarla anche bambina, come se i fianchi le fossero stati sempre così tondi, il seno sempre così teso, la pelle sempre scura come l’orzobimbo, i capelli sempre folti e odorosi di panni puliti. Quando s’affacciava alla finestra, per l’appunto, pareva non avere nemmeno il timore di volare sotto per via Santa Teresa degli Scalzi: apriva le gambe a formare un triangolo di forze, i piedi palmati a terra come piccole ventose calzate 36, e nell’appartamento pieno di piante restava solo il suo culo a testimoniarne la presenza.

Il marito della signora Clelia aveva notato la manovra. Era in pensione da due anni e i pochi capelli rimasti saldi sulla testa se ne stavano dritti e solitari, manco si spettinavano più. Aveva insegnato al liceo Cuoco e anche al Fonseca e davanti gli erano sfilati come sfilano le processioni del Venerdì Santo tutti i cambiamenti di costume possibili riflessi nei modi e negli atteggiamenti, finanche nei capelli e nei vestiti delle studentesse. Mai nulla di tutto questo gli aveva fatto effetto alcuno, se non una piccola riflessione presa diretta dal latino: O tempora o mores, faceva, passando il Museo Nazionale nei giorni che non aveva preso la macchina, che la mattina il cielo gli era sembrato così azzurro e il sole così acceso, riflesso sulle maioliche della cupola di San Vincenzo alla Sanità, da commettere il peccato veniale di un’illusione.

Clelia aveva avuto sempre le perle, il burraco, la tombola, i vespri, la visita di cortesia e per un certo periodo anche la serata a teatro, quando gli anni Ottanta s’erano impadroniti della sua persona timorata, le avevano fatto le spalle più grosse e tese di pezzi di imbottitura, i capelli rigidi e biondi nel caschetto lucido. Amedeo s’era rassegnato a non riconoscerla, o meglio, a riconoscerla sempre, dietro le tinture e la lacca Cadonett, la donna che aveva sposato diversi anni prima: l’affetto caldo come la borsa di acqua calda da mettere sotto ai piedi, a scottargli i palmi a mezzanotte e a raffreddarglieli alle sei di mattina. Questo era stato il suo amore sicuro, convergente nei particolari e nelle finalità: nulla che potesse sorprenderlo più di tanto. Poi era arrivata Filomena.

 

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1 commento

  1. Martamaria

    Un buon inizio di giornata, in questa sonnolenta domenica di Settembre è lasciarsi avvolgere, quasi trovando rifugio e identità, nelle storie della mia stupenda città, riconoscersi negli odori delle sue strade,nei volti, nei colori e nell’aura antica dei suoi abitanti, personaggi unici,che hanno attraversato la storia indenni e incontaminati. Le stesse rassicuranti figure di Prisco o delle cronache piene di passione che ci ha regalato la Serao. Mi conforta questo leggere e immaginare,quasi come un ritorno nell’utero di una grande madre. Li percepisco, ne sono invasa, travolta e accolta… i suoni, la luce, gli odori, i rumori, i volti e la tragedia eterna e senza rimedio di questo clima unico. Raffaella guarda e racconta con gli occhi di un ospite discreto, pieno di rispetto e passione, una città che non è la sua, ma che le appartiene perchè l’ha eletta tra tante.