Londra, sempre Londra, fortissimamente Londra – sesta parte

- 12 Agosto 2011

Un’altra specie che è piuttosto facile incontrare qui, nella Bizzarra Britannia, è il Vecchietto da Pub. Di età media piuttosto avanzata, occupazione ignota e aspetto variamente trasandato, il Vecchietto ribadisce, giorno dopo giorno, la sua personale interpretazione del senso della vita: accaparrarsi una postazione preferenziale, ordinare la prima bevanda alcolica appena il banco apre (9 di mattina, per la cronaca), e rimandare l’ultima il più possibile, in modo da potersi fermare al pub oltre l’orario di chiusura per una partita al suo sport preferito: Insulti al Barista Che Insiste Nel Mandarmi Via.

I suoi rapporti sociali si limitano in genere alle non troppo sporadiche azioni di disturbo nei confronti degli altri clienti, o all’interazione con altri Vecchietti dediti alla stessa occupazione – del resto, chi si somiglia si piglia, dicono.

Prendete questo, ad esempio: si avvicina, alle quattro e dieci del pomeriggio, al tavolo al quale sono seduta da venti minuti, bevendo Diet Coke e sfruttando il wi-fi pubblico per studiare. Ha capelli e barba grigi, sporchi e incolti, e indossa un completo nero da Profeta dell’Apocalisse – o da beccamorto, fate un po’ voi. Mi lascia un volantino stropicciato, con le date di una serie di incontri della Comunità Cattolica Irlandese, e delle note scritte a penna – appunti, minacce di morte in gaelico, chissà. Poi comincia la predica:

– È un’indecenza! Ho prenotato io questo tavolo, e guardati, seduta qua da due ore col tuo computer. Per quanto ancora pensi di occupare il mio posto?

– Mi scusi lei, ma non sono qua da due ore. Sono entrata alle tre e cinquanta, e sul tavolo non c’era nessuna prenotazione.

– Beh, ora devi andartene. E smettila di rubare la corrente elettrica del pub, non ti vergogni?

Lo ignoro, e sembra funzionare, per un’oretta o giù di lì. Poi però ritorna, e ripete il suo copione, con più violenza, tirandomi per un braccio. Ora vado a chiamare il manager per farti sbattere fuori, minaccia. Io, decisa a non perdere la calma, lo invito a farlo al più presto. Lui sparisce e non si fa più vedere; ma non vedo neppure il manager, naturalmente.

Ci sono, poi, quelli che si presentano al pub in gruppi di tre o quattro, e non si alzano finché non hanno accumulato almeno sei o sette bicchieri vuoti a testa. Quelli che ciondolano davanti al bancone lamentandosi della troppa schiuma nella birra o dell’esaurimento degli stock della loro marca preferita, e quelli che si appartano in un angolino più tranquillo a chiacchierare con una donna più giovane – di solito una prostituta dal trucco pesante, sulla sessantina, che pur di farsi offrire un cocktail da otto sterline si presta al loro gioco.

Delle due, l’una: o i Vecchietti sono costantemente, ostinatamente ubriachi, o hanno un numero di rotelle fuori posto tale da non ragionare nemmeno dopo un bicchiere d’acqua minerale.

Baristi e camerieri li conoscono, a volte per nome; lavorare in un pub vuol dire anche abituarsi ad ogni loro piccola mania, impararne a memoria la routine, capire quando non è più il caso di servirli, trattarli con condiscendenza o severità a seconda delle occasioni. Io mi chiedo spesso dove vivono, e come, quando non sono al pub. Dove vanno, quando i camerieri del turno di chiusura chiudono la porta alle loro spalle privandoli dell’ultimo fondo di bicchiere. Ma forse, dovunque sia, non ha importanza: ciò che conta è che arrivino al più presto le nove del mattino successivo.

 

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