Londra, sempre Londra, fortissimamente Londra – quinta parte

- 5 Agosto 2011

Estate

Estate è una parola grossa, qui a Londra.

Quest’inverno il mio più grande motivo d’orgoglio nei confronti di amici e parenti giù al paesello è stato il fatto che, per quanto freddo facesse, almeno non pioveva. Credevo che questo potesse essere un buon auspicio per i mesi successivi; ebbene, mi sbagliavo, sembra proprio che tutta l’acqua che ci siamo risparmiati tra novembre e marzo si stia abbattendo su di noi con gli interessi.

Nell’ultimo mese, prima di partire per le sospirate ferie, ho visto tre, al massimo quattro giornate di bel tempo ininterrotto; per il resto, il caos più totale. Sole e tempesta si alternano ininterrottamente, senza tregua o mezze misure: o fa un caldo tropicale, o tira un vento assassino.

Immaginate la confusione, la mattina, al momento di decidere come vestirmi: maniche corte o lunghe? Ballerine o stivali? Occhiali da sole o sciarpa? Qualsiasi scelta faccia, ogni giorno, si rivela sbagliata per almeno la metà delle ore che passo fuori casa.

L’odio che nutro per la pioggia, poi, è talmente forte da spingermi a negarne l’esistenza: se appena vedo un raggio di sole, o uno squarcio d’azzurro, non ci sono santi che mi convincano a portarmi l’ombrello nella borsa. Errore, errore: chiedetelo ai miei capelli, se vi pare.

Sono così sprovveduta che mi riduco sempre a tirarmi la sciarpa sulla testa, quasi fosse un velo; mi pareva una cosa carina, un po’da diva anni ’50, ma il commento più gentile che sono riuscita a provocare è stato “che, è iniziata l’Intifada?”.

E i sandali bellissimi che ho comprato in Italia, fonte di orgoglio nel mio guardaroba, non li ho ancora indossati. Andiamo, il calendario può dire quel che vuole, ma questa non è estate.

L’estate a cui sono abituata io è fatta di caldo, mattinate trascorse a nuotare e a prendere il sole alla piscina comunale, serate piacevolmente fresche passate a chiacchierare con un paio di amici, seduti ai tavolini esterni del bar con un paio di spritz all’Aperol.

Vestiti estivi, capelli umidi che si asciugano al sole, tè freddo, gelati e gite al mare; non certo abiti autunnali, doppie coperte, piogge torrenziali e cene a base di zuppa calda per calmare i brividi di freddo. Studio, certo – è pur sempre la quarta estate di fila che dedico all’università, ma la prima in assoluto in cui dormo con la trapunta e i calzini di pile.

Estate, per me, vuol dire anche compleanno: il mio, per la precisione.

A dirla tutta, non mi sono mai preoccupata troppo di festeggiare – un po’ per pigrizia, un po’ per scarsa propensione ai rapporti sociali, e un po’ perché organizzare qualcosa che coinvolga più di tre persone e non si riveli del tutto fallimentare non è esattamente una delle mie doti più spiccate. Eppure, non ho mai compiuto gli anni da sola, mai prima d’ora: in tutti i miei tentativi di eludere gli sms d’auguri le battute sull’età che avanza, sono sempre stata accompagnata da qualcuno.

Non offrirò da bere a nessuno, quest’anno, e non passerò neanche un secondo a pensare a che torta mi piacerebbe mangiare, né fuggirò al mare con un’amica. Non sono cose che posso fare da sola. Compirò ventiquattro anni pensando a tutte le persone che mi mancano, e che sono troppo lontane, o troppo impegnate, per farmi compagnia . E ricordando che, nonostante quella maledetta lacrimuccia all’angolo dell’occhio, è giusto che sia così.

No, Londra non fa per me in questa stagione. Non quest’anno, almeno… il prossimo, chissà.

(Foto di Federica Silvi)

 

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