Londra, sempre Londra, fortissimamente Londra – terza parte

- 22 Luglio 2011

Cinque cose che odio di Lei:

La burocrazia. Pensavo che non potesse esserci nulla di peggio di certi odiosi iter puramente italiani, ma mi sbagliavo: non avevo ancora provato ad aprire un conto in banca inglese. Qui nulla ti è permesso senza un conto in banca. Quando chiedi se puoi usarne uno straniero, ti guardano storto. E se ti presenti allo sportello senza una prova del tuo indirizzo, ti sbattono fuori senza complimenti.

Problema: le banche non accettano le dichiarazioni di residenza rilasciate dall’università, né tantomeno le lettere della società dei trasporti – che, pure, è un ufficio governativo. Come fare? Vi dico solo che io, prima di arrivarci, ci ho messo un mese esatto. E che, dopo avermi fatta diventare pazza per settimane, mi hanno aperto il conto in dieci minuti senza neanche chiedermi i documenti.

Il freddo che ti entra nelle ossa. E che non finisce mai veramente, nemmeno in quella che di solito chiamano “estate”. Maledetto il giorno in cui ho sostituito il piumone con la trapunta, ingannata da una paradisiaca settimana di caldo, e beati quelli che non hanno commesso il mio stesso errore. Ora che sono rimasta scottata, però, non ci casco più: non ho ancora riposto gli stivali, e, per quanto assurdo possa sembrare, dormo ancora coi calzini di pile.

Le ossessioni. Marcate, esasperate, battute e ribattute fino allo stremo, finché non ne è stato sfruttato ogni minimo, insignificante aspetto. Si manifestano dovunque, dai poster pubblicitari ai caratteri cubitali di ogni giornale – anche quelli apparentemente più seri.

La famiglia reale, la festa della mamma e del papà, San Valentino, X-Factor… ogni occasione è buona quando si tratta di spendere, o di sparlare. “Regala un Kindle alla tua mamma per dimostrarle quanto l’ami”, “Celebra il matrimonio reale con un paio di pinte al tuo pub preferito”, “Ma lo sapevi che il tale famoso calciatore ha messo incinta la moglie di suo fratello?”. Mio dio, non ci posso credere, proprio la notizia che aspettavo.

• La frenesia. È dappertutto, a tutte le ore, nessuno ne è immune. Un male necessario della vita londinese, suppongo; ma per me, ragazza di campagna, alcune cose hanno spesso il sapore della novità sgradevole.

Vagoni della metropolitana pieni da scoppiare, e gente che non si rassegna al fatto di non poterci entrare, nonostante l’aria sia orribilmente viziata e lo spazio degno della più economica scatola di sardine. Persone che ti sorpassano da ogni lato, in una specie di gara a chi cammina più veloce, senza esclusione di gomitate e borsettate. Nervosi, agitati, talmente frenetici che, anche quando rischiano davvero di farti stramazzare a terra, non chiedono neanche scusa. L’altro giorno sono stata picchiata in faccia da una specie di energumeno sotto anabolizzanti, al banco frigo del supermercato: “Togliti dai piedi, non vedi che stai intralciando mia moglie?” è stata la sua giustificazione; io ancora mi domando da quando, esattamente, fermarsi a scegliere il cibo per un paio di minuti sia diventato un crimine.

Le illusioni. Londra offre migliaia di opportunità, dicono. Qualunque cosa tu abbia in mente, affermano, a Londra la puoi fare. Posti di lavoro a palate, meritocrazia, novità. Tutte cose vere, non ne dubito; ma so anche che ad ogni palata di posti di lavoro ne corrispondono due di persone in cerca, che ricevere una qualsiasi risposta quando invii un curriculum ha sempre più il sapore del miracolo, e che nessuno ti considera se non dai prova di avere esperienza, nemmeno quelli che ti offrono l’occasione di imparare.

Migliaia di opportunità, non stento a crederci, per chi ha frequentato università prestigiose o ha preso la strada giusta fin dall’inizio. Io, però, di gente che si domanda dove mai ha sbagliato ne vedo tanta, e temo che presto toccherà anche a me.

(Foto di Federica Silvi)

 

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