Sebastiano si rigirava lo scontrino tra le mani. Ricordava quel gelato, che aveva mangiato seduto su uno scoglio, da solo, mentre Chiara era intenta a ripiegare l’aquilone, incurante della sua coppetta al cioccolato sempre più sciolta. Erano passati molti anni, durante i quali quello scontrino, inspiegabilmente, doveva aver resistito ad almeno un paio di “repulisti”. Ma se c’era quello, ce ne potevano essere altri, di scontrini che gli parlavano di lei. Perché si erano rivisti, si erano amati, si erano sbranati. Poi lei era partita, inseguendo un nuovo lavoro. Smettendo di danzare.

Il vortice di pensieri e di ricordi aveva lasciato Sebastiano inebetito. Si alzò di scatto, in un gesto di reazione automatica, poi scese le scale e uscì lungo la stretta calle che conduceva al corso principale. La città era immersa in un silente e assolato oblio. Camminò per almeno due ore, cercando di riaversi da uno stordimento che convessamente accoglieva ponti e case e canali – le immagini che accompagnavano la sua passeggiata – senza però lasciarsene scalfire. Ripensava alla parte della sua vita trascorsa nel segno di quel distacco, a quei suoi anni scanditi dalla cadenza d’inganno dei ritorni di Chiara in città, rari ma regolari, prevedibili. Sentiva alle sue spalle una sorta di lunghissima notte, un sonno inquieto ma profondo, interrotto dai rintocchi di un campanile pigro e mobile, via via sempre più lontano – Natale, Pasqua, Ferragosto, Natale, Pasqua… -, e si chiedeva da quanto tempo quei rintocchi non li distingueva più, ormai troppo flebili e impastati in un sordo rumore di fondo per essere in grado di risvegliarlo. Di colpo, quello scontrino lo aveva ripiombato nel clamore di una domenica mattina, con le campane che suonano a festa.

Sebastiano tornò a casa e si mise di nuovo a frugare febbrilmente il portafogli, che però era già vuoto. Si diresse allora verso l’Everest di cellulosa, e come un caterpillar impazzito iniziò a demolirlo, blocco a blocco, alla ricerca di un ultimo fossile di quell’era lontana. Sua madre, da dietro uno stipite, vide quella montagna, di cui per molti mesi si era presa cura ravvivandola, rimodulandola, crollare su di sé e divenire progressivamente un pianoro, una faglia, un crepaccio, e infine un cumulo di inerti che uno ad uno precipitavano a valle, ai piedi del figlio.

Il tavolo era ormai vuoto. Sebastiano se ne stava a fissare i nodi di quelle spesse assi di legno, simili ad occhi felini. Si accorse della madre:

– Ma’, non ti preoccupare. Dopo sistemo.
– Ti porto la scopa e il cestino della carta riciclata?
– No, aspetta.

Rimasero in silenzio per qualche secondo.

– Voglio controllarli ancora.