Sebastiano scese lungo gli scogli, fin sulla battigia, e le si avvicinò, salutandola. Lei rispose con un sorriso che mal celava la fatica dovuta al tentativo di governare quell’aquilone impazzito, in preda com’era al vento forte di una giornata limpida e pungente.

– Non sapevo ti piacesse giocare con gli aquiloni. Dev’essere faticoso…
– Questo non è un gioco! Mi sto allenando!

Lui rimase perplesso, faticando ad immaginare come quell’attività potesse avere una qualche connotazione agonistica.

– Vuoi dire che… insomma è uno sport?
– Ma no! Forse non si capisce molto bene, ma sto cercando… di danzare.
– Non sembrava… o meglio, forse non ci avevo fatto caso…

Si ricordò che lei aveva sempre avuto la passione per la danza. Gli era anche capitato di andarla a vedere ad uno spettacolo, anni prima.

– Tranquillo, so che non si direbbe… ma sto cercando di danzare. È che oggi il vento è troppo forte. Poi questa è una cosa che ho iniziato a fare da poco.

Lei gli parlava continuando a muoversi, incessantemente. La forza del vento, mediata da quel rettangolo di nylon rigonfio e coloratissimo, la trascinava senza posa, facendole disegnare sulla sabbia una figura a forma di otto. Anzi, era un susseguirsi di tanti “otto”, ciascuno diverso dal precedente per orientamento e dimensioni. L’unica costante era il punto di intersezione di quei tracciati, che coincideva con la figura di Sebastiano, immobile e straniato dalla scena che stava vivendo: una ragazza che cercava di trasformare la forza aritmica e pulsante del vento in un qualcosa di aggraziato e armonioso. Gli sembrava una mezza pazzia, o per lo meno una sfida apparentemente impossibile da vincere. Eppure, osservandola meglio, si accorse che un principio di grezza armonia si poteva intravedere, nei suoi saltelli, nei suoi passi.

– Ho iniziato con l’intenzione di rinforzarmi. Le caviglie ed i polsi, con tutti questi strattoni, sono molto sollecitati. Sai, la danza necessita di articolazioni forti. All’inizio la prendevo come una specie di ginnastica. Poi però mi sono accorta che, inconsciamente, cercavo di inserire nella mia corsa qualche semplice passo di danza. Io ballerei su tutto, anche sopra il gocciolio di un rubinetto che perde. E così ho iniziato a cercare di dare una logica alle mie “corse” disperate appresso a questo coso.

Il fiato le mancava. Mancava a tutti e due. Quella serie di otto in qualche modo concentrici lo stava come ipnotizzando. Dopo qualche istante di silenzio, le disse con leggerezza:

– Lo sai che l’otto, se posto orizzontalmente, insomma “coricato”, è il simbolo dell’infinito? Lo stai tracciando di continuo, l’avrai ripetuto almeno 100 volte, in un paio di minuti. E io sono al centro di quest’infinito.

Si fermò. Il discorso gli sembrava troppo “alto”, inopportuno. Eppure, a Sebastiano pareva di essere dentro una sorta di rito sciamanico, officiato da una danzatrice invasata che cercava di vincere la forza degli elementi e di ricondurli nell’alveo della umana disponibilità, come una specie di mulino che dal vento ricava non energia meccanica ma arte, grazia, equilibrio. Fortunatamente, Chiara non sembrava aver sentito quelle sue ultime frasi. Si era messa a canticchiare. Sebastiano, senza che lei apparentemente se ne accorgesse, presa com’era nella sua corsa, si allontanò, bisognoso di evadere da quella situazione che lo stava trasportando lontano, troppo lontano. Non gli sembrava il caso di innamorarsi così in fretta.