Il primo scontrino che lo colpì risaliva ad alcuni anni prima. Era quello di un chiosco in riva al mare, in prossimità della diga che, con la sua sorella di fronte, delimita una delle bocche di porto che danno accesso alla laguna. In quel luogo lui ci andava da sempre. Durante alcune fasi della sua vita, quella era stata addirittura una tappa quotidiana. Una passeggiata a ora di pranzo, quando più rado è lo sciame di anime che calpesta quella passerella incuneata fin nella carne viva del mare, a centinaia di metri dalla costa. Uno sciame che, quando gli capitava di attardarsi tra gli scogli fino al primo pomeriggio, gradualmente ma repentinamente si infittiva: il capannello di anziani refrattari al pisolino pomeridiano, i primi ardimentosi joggers, coppie di forestieri intente a digerire fritture di pesce surgelato. Qualche cane sciolto, in cerca di chissà cosa.

Tutte facce che, a parte i forestieri, aveva imparato in breve a riconoscere, tanto che qualche signorotto dalle mani callose aveva preso ad attaccargli bottone, a raccontargli che “una volta quella diga era larga meno di due metri, e quando si passava con la bici c’era sempre il galoppino che non si scansava, che ti costringeva quindi a rifilare il bordo della passerella, rischiando un bel capitombolo tra gli scogli, che se ti va bene te la cavi con qualche graffio e se ti va male ti te spachi la vita”. Ma erano i solitari quelli che più lo incuriosivano. Si chiedeva cosa spingesse quelle anime a lasciarsi alle spalle la terraferma, l’abitato, per scendere in quel luogo provvisorio, di frontiera. Gli piaceva sentirsi parte di un’oscura ma insindacabile unità d’intenti. Probabilmente non si sbagliava: quei volti parlavano di fuga abitudinaria, di un eterno e quieto divincolarsi.

Ma quei gelati erano due. Non si trattava di un semplice punto nel lungo, indistinto segmento delle sue peregrinazioni per massi e scogli. Questo era un nodo, un ispessimento facile da riconoscere, passando il filo di quelle tante ore tra le dita.

Quel giorno, Chiara stava giocando con il suo aquilone nel tratto di spiaggia adiacente alla diga, lì dove il mare, per un gioco di correnti malevole, accumula sabbia, alghe, plastica. Ma si era già alle porte dell’estate, per quanto in una giornata ventosa e fresca, e in quel periodo l’arenile era già stato pulito, dopo un inverno di incuria. E doveva essere stata la percezione che ormai si era nella bella stagione, quella nella quale la spiaggia diviene luogo di massa a prescindere dalle condizioni meteorologiche, a spingere Chiara fin lì, lei natura dolcemente a suo agio nel fronteggiare il passo d’oca delle stagioni. Da quelle parti non l’aveva mai vista prima. Si erano incrociati anni addietro, condividendo per qualche mese il bancone di un bar. Sorridendosi volentieri, e scambiandosi delle piccole premure, come sparecchiare una tavola che competerebbe all’altro, oppure portargli il caffè al tavolo durante la pausa pranzo. Premure che aiutano, in un lavoro nel quale sostanzialmente uno è un onorabile servitore: fanno ricordare che, in fondo, ancora qualche ora e si ritorna “clienti”.