Il grande tavolo di pino, reso di un bel color ambra da vent’anni di silenzioso invecchiamento, era totalmente ingombro di cartacce di ogni specie. Su di un angolo stava un piccolo cumulo di sottili foglietti bianchi. Alcuni di essi portavano ancora le grigie tracce di quello che in origine doveva esservi scritto, mentre su alcuni altri, fitti caratteri sbavati ma ancora carichi lasciavano intendere di cosa si trattasse.

Sua madre, passando accanto al tavolo, alla vista di quel cumulo di carta si lasciava spesso andare ad un fugace sospiro, sufficiente però a far frusciare e talvolta a far cadere a terra i più ardimentosi e pericolanti tra quei diafani arrampicatori. Allora la donna si chinava, sbirciava i caratteri mezzo sbiaditi impressi sul foglietto, e riponeva quest’ultimo ai piedi di quell’Everest di cellulosa, al sicuro, dove la sua saggezza di donna e di madre pensava dovessero stare degli oggetti che, seppur ai suoi occhi così poveri di significato, dovevano avere una qualche importanza per quelli del figlio. Del resto, le molte cose che stavano su quel tavolo erano per lei avvolte nella nube del sacro, essendole misteriose e intoccabili al tempo stesso. Passando nell’altra stanza, ripeteva tra sè quello che aveva letto, placida nella sua fiducia nel figlio: “Pasticceria Il Garofano – Brioches n. 2, euro 1.60”.

Quel cumulo di scontrini doveva esser lì da più di un mese, mutevole nella forma, a causa della caduta dei più spericolati e della successiva loro ricollocazione a valle, ma sempre identico a se stesso nel numero delle particelle elementari che lo costituivano. Il fato imperscrutabile (la mano distratta di Sebastiano, capace di azioni automatiche, inconsapevoli, animalesche, e per questo così simile, agli occhi nodosi di un tavolo di legno, ai sacri numi) aveva dato forma ad una nuova creatura, e aveva deciso che quello era il suo posto da lì a chissà quando.

Il demiurgo si era poi ritirato, pronto ad assaporare il meritato riposo. E ora il piccolo universo, sferzato dai venti e rimodellato dagli agenti naturali come la più rocciosa delle montagne, se ne stava quietamente in attesa che si compisse il proprio triste destino.

Ogni paio d’anni, ciclicamente, Sebastiano decideva che era giunta l’ora. Il grosso bubbone che gli impediva di sedersi senza ammaccarsi la parte posteriore dell’articolazione dell’anca doveva dimagrire e ritornare a dimensioni accettabili. Si piazzava quindi al suo tavolo ed apriva quell’universo affascinante e completamente senza senso da lui creato che corrispondeva al suo portafoglio. Come sempre, ne uscivano tesori ai suoi occhi inestimabili. Tessere dei più improbabili circoli, francobolli di paesi stranieri, numeri di telefono con e senza indicazione del proprietario del numero, bigliettini con brevi frasi nelle quali riconosceva talvolta la sua scrittura, talvolta calligrafie che gli mettevano i brividi; e ancora, biglietti del tram e dell’autobus di mille diversi colori, informi grumi biancastri che il suo occhio esperto riconosceva essere cartine per sigarette, sassolini colorati.

Una volta svuotate le numerose tasche, Sebastiano si dedicava allo scompartimento principale, quello destinato alle banconote. Con pochi gesti rapidi e precisi, ne estraeva dal portafoglio tre o quattro. Nessun altro occhio se non il suo le avrebbe sapute intravvedere in quella bianca babele, colorati segnalibri infilati in un faldone di spesa in scala di grigi. Da ultimo, toccava provvedere all’operazione che più gli era cara, sia perché si trattava di sgravare il posteriore dei suoi pantaloni dall’elemento di maggior peso specifico occupante il suo portafoglio (le monete solitamente le teneva in tasca, più spesso le disseminava in giro), sia perché l’operazione costituiva per lui un viaggio in terre lontane, visitate nella notte dei tempi e oramai impastate nel magone di ricordi che riposava in lui, silente, indecifrabile, del quale quasi nulla avvertiva se non il peso, ombra com’era. Un’ombra incapace di passato e di futuro.