Recensioni SettePerUniche*

Ho letto per la prima volta Solomon Gursky è stato qui (d’ora in poi SGèsq) durante un viaggio a Vienna, quasi tre anni fa. Me l’ero portato appresso pensando che sarebbe stato un buon modo per riempire i buchi di quella vacanza. Ne avrei letto qualche paragrafo la notte prima di dormire, il pomeriggio dopo pranzo o la mattina in bagno, e basta. In realtà SGèsq è l’unica cosa che ricordo di quel viaggio. Il resto si è perso in un insieme indistinto di episodi con poca o nessuna importanza. Alla fine è stata la vacanza a riempire i buchi lasciati liberi dalla lettura di SGèsq.

Per me è sempre difficile spiegare perché mi è piaciuto un libro. Magari per lo stesso motivo ad altri potrebbe risultare odioso. In più credo che quando qualcosa ci piace sul serio (qualunque cosa: un libro, un film, un origami), è perché ha toccato punti nascosti dentro di noi così profondamente, che anche solo parlarne sembra un sacrilegio. Almeno, a me càpita così. E per uno che di mestiere fa il commesso in una libreria, questo rappresenta un problema non da poco.

Forse quello che ha reso SGèsq uno dei miei libri preferiti non è nemmeno stampato sulle pagine. Non ha niente a che fare con la trama, i personaggi, i temi, e tutte quelle cose da recensori normali. Sono convinto invece che quello che lo rende una storia speciale si trovi negli spazi bianchi fra le righe, nel non detto, in un gesto apparentemente senza importanza di un personaggio. È nascosto dietro Moses, il protagonista, che si riempie il bicchiere di Scotch quando qualcuno gli parla di suo padre; nel sorriso che rivolge Solomon Gursky a chi cerca di convincerlo che si sta cacciando nei guai; nelle lacrime che velano gli occhi di Bernard Gursky prima che dica una delle sue cattiverie.

Ho letto il romanzo tre volte, ma fra consultazioni, sbirciatine eccetera mi sa che ormai sono diventate molte di più. SGèsq è il tipo di libro che a ogni rilettura regala qualcos’altro, una nuova chiave di lettura, un particolare sfuggito chissà come. Gli episodi narrati da due o tre punti di vista diversi sono tanti. Il libro si snoda attraverso tre continenti e più di un secolo. Vale la pena di leggerlo, secondo me. Io stesso non vedo l’ora di rifarlo.

“Non si permetta simili confidenze con me” disse Solomon, e con un affondo prese il golfista per la gola e lo sbatté contro la parete. Quando i tuoi antenati ancora brindavano alla loro salute in coppe piene del proprio sangue, abitavano in tuguri d’argilla e dormivano su tavole di legno, avvolti in luride coperte, erano già cent’anni che Maimonide aveva scritto la “Guida dei perplessi”.

“Lo lasci andare” strillò la moglie del golfista.

Quando i tuoi bisavoli costringevano i bambini a portare amuleti contro il malocchio e accendevano un cerchio di fuoco attorno al bestiame per tenere alla larga il male, Spinoza aveva già scritto l’”Etica”.

“Per favore, Mr Gursky. Sta soffocando”.

Solomon Gursky è stato qui
Mordecai Richler
Adelphi
Collana Gli Adelphi
13 euro