Pre-festa parte 2

- 9 Giugno 2011

Le donne migliori sono quelle porche il giusto. Che non vanno a ballare al Coyote a Testaccio agitando il culo sul doppio taglio di un Audidotato di Tor Tre Teste, ma che, in un contesto generale di timido pudore, ogni tanto hanno la botta di matto e si fanno scopare il culo alla fermata del trentasette barrato.

Ci ripariamo dietro un cespuglio, lei ansima e mi toglie la cinta, mi abbassa i pantaloni, mi passa le mani sul petto, fa per slacciarsi la gonna ma io la fermo e le dico: no.
«Stai ferma, faccio io».
Gliela alzo, senza toglierla, le slaccio la camicetta, tolgo il reggiseno, le sfilo le mutande e inizio a scoparla alla missionaria.
«Ah, sì. Prendimi», dice, «mi piace, mi piace quando mi scopi». Manca solo: oh my God, oh my God, oh my fucking God.
Le metto le dita in bocca, lei le morde, sorrisi, fai un po’ più piano, le serro la mano destra su una chiappa.
Lei mi graffia, mi morde le braccia, mi lecca dietro l’orecchio.

Però, a un certo punto, sento una puntura fortissima sul culo. Tipo quando in auto ti scordi l’accendino acceso sotto l’avambraccio.
«Ahia!, Cristo, e fai più piano!»
«Che cosa?»
«Va bene il momento e tutto, ma così mi fai male, cazzo» «Ma guarda che io non ho fatto niente» «Ma che dici, mi stai pizzicando una chiappa, ma forte!, mi hai fatto malissimo, e lascia!, soprattutto».
Lei alza la testa oltre le mie spalle. Poi la getta indietro puntando gli occhi a nord.
«Oh, merda» «Che succede?»
«Lara».
Lara?
Mi giro.
Attaccato a una chiappa ho la versione satanica del Golden Retriever della Scottex. Me la tiene stretta tra i denti e agita la testa mormorando un suono vicino a quello che fa il giradischi tra un pezzo e l’altro del trentatré giri. «Lara!, cattiva, via!». Livia dà manate a casaccio, tra il mio culo e la testa del cane.

«Chi c’è? C’è qualcuno? Lavinia, sei tu?».
Merda.
I genitori.
«Che facciamo?»
«Sì, mamma, siamo noi, stavamo giocando con il cane che ha morso Claudio», prende iniziativa lei.
Sento i piedi frusciare sul brecciolino.
«Che faccio?» «Rivestiti, dài che non si accorge di niente».
Mi alzo in piedi, faccio un saltello, mi allaccio la cinta, richiudo la camicia.
Oltre la siepe, la sapida sagoma della madre di Lavinia.
Mi accuccio verso il cane facendo finta di fargli le coccole.
«Lavinia, c’è un problema»
«Cosa?»
«Ce l’ho duro».

 

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