Lontano – Atto terzo

- 20 Giugno 2011

Ci sono sere che fa così caldo d’estate che l’asfalto della strada toglie il respiro anche a mezzanotte e io non le metto le mutande. Non mi chiamano più neanche con il nome che usava mamma.

Adesso uso nomi diversi, quando arriva il controllo dei carabinieri io me ne invento uno al momento, tanto i documenti non li ho. Dico che ho trent’anni ma ne ho fatti 23 pochi mesi fa.

Quando si fermano i signori, con la macchina, dopo esser passati due volte per la strada per guardarmi bene, io di solito gli dico che mi chiamo Joy, Gioia. Che ci sia di gioioso in me mica lo so dire…

Ma è il nome di mia sorella più piccola, che è rimasta in Nigeria con mamma, nella stireria. Io spero che a lei vada meglio; sono sicura che mamma pensa di mandare lontano anche lei. Ma il lontano che pensavo io non è quello che pensavamo noi, a casa, a Benin City.

Trenta di bocca, cinquanta in figa. C’è la concorrenza delle moldave e bisogna abbassare i prezzi per restare attraenti. Se non guadagno, la signora mi tiene senza mangiare e mi chiude in camera.

E poi arriva Paulo, il suo amico, a riempirmi di botte. Io pensavo che lontano, qui dove sto, su un marciapiede della Pontebbana, provincia di Treviso, stavo meglio che a casa mia e invece la signora mi insulta perché è ancora questione di tribù e di soldi, come in Nigeria.

Mi picchia Paulo e mi picchiano anche i clienti.

Io pratico il silenzio come forma di difesa. Sto zitta. Ma imparo, ascolto tutto. Ho trovato una sera mentre mangiavo un kebab prima di cominciare a lavorare un libro tutto stropicciato buttato in un cestino dell’immondizia. Si intitola La mia Africa e l’ha scritto una signora danese (un altro posto che ho dovuto chiedere per capire dove era) che si chiama Karen. Mi hanno detto che parla dell’Africa e voglio leggerlo.

Una sera, al controllo dei carabinieri, gli ho detto al maresciallo che mi chiamavo così, Karen. E lui ha riso forte. Che stronzo.

«Eh certo, e adesso mi dici che sei pure alta e bionda, eh?». E io ho annuito, che mi hanno detto alla casa che ai carabinieri bisogna sempre dire di sì. E lui mi ha dato uno schiaffo.

«Sei più nera della notte, troia». Quella parola io lo so cosa vuol dire, è una delle prime che ho imparato in Italia. Adesso ne voglio imparare altre, più gentili, leggendo questo libro. Almeno passo bene il tempo libero nella casa quando non riesco a dormire. Mi capita di restare ore ad occhi aperti di pomeriggio, quando mi butto sul letto per dormire che poi la sera dalle 22 sono a lavorare. Ma non ci riesco.

Non dormo perché ho paura di sognare il vecchio elefante in mezzo all’immondizia. Se sogno, lui viene sempre a trovarmi. Mi viene a trovare da quando sto qui, nella provincia di Treviso. Smette di mangiare in mezzo alla sporcizia, mi guarda, solleva lentamente la proboscide e con quella si toglie un occhio, lo strappa via, e me lo mette tra le mani e io, nel sogno, lo metto al posto del mio occhio sinistro. Poi mi sveglio tutta sudata. Mi sa proprio che ho preso gli occhi tristi dell’elefante e li ho fatti miei.

 

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