Lontano – Atto secondo

- 13 Giugno 2011

Mi è sempre piaciuto parlare poco e ascoltare. Adoravo il silenzio anche quando stavo a Benin City e mia madre mi diceva che dovevo al più presto partire, andarmene lontano, via da quella merda.

E io mi immaginavo quel lontano come un posto senza odio, dove potevo ballare senza paura e dormire con le finestre aperte, e non aver mai il pensiero dei soldi che non c’erano. Un posto dove diventare ricchi in fretta, dove non c’erano riti e tribù ma palazzi moderni e dignità. Dove non rischiavi ogni sera, tornando a casa da sola, di ritrovarti addosso mani ignote.

Io lo sentivo che in quel posto, lontano, dove mia madre voleva andassi, non sarei mai diventata come il vecchio elefante che avevo visto da bambina mangiare l’immondizia ai bordi del villaggio di nonno. Una volta sola l’ho visto, il vecchio elefante, ma mi è bastata. Mi ha messo addosso la tristezza della morte che attende il suo turno.

Troppo presto ho smesso di giocare con le bottigliette vuote di Coca-Cola e ho iniziato a lavorare con mamma alla stireria. Non c’era più tempo, manco di andare a cercare gli elefanti, anche quelli vecchi e rugosi che mangiavano l’immondizia, anche se si vedeva che non gli piaceva mica.

E quando mamma mi ha fatto salire sull’aereo, con il passaporto trattenuto dall’elastico delle mutande e la valigia con dentro tutti i miei vestiti, quelli cuciti da lei, mi ha detto che lontano avrei avuto una possibilità e che lei aveva pagato affinché io avessi un lavoro e vivessi serena. E davanti alle possibilità non si resta mai in dubbio. Si va.

I soldi messi via in tanti anni di maglie e mutande stirate li ha usati per il biglietto dell’aereo e il lavoro da cameriera per me in Italia, un posto che ho dovuto cercarlo su internet perché mica sapevo dove stava.

Mamma mi ha detto che dovevo pensarla tutte le mattine e non sprecare soldi per telefonare ma un giorno, quando sarei diventata ricca, dovevo spedire a casa il segno che ero ancora viva. Meglio se in dollari che si cambiano in fretta. Io ho annuito, attenta, e sull’aereo ricordo che ho dormito tanto, rilassata perché stavo per andare lontano.

E quindici ore sono passate in un continuo dormiveglia, un occhio chiuso e l’altro no, con la mano a proteggere il passaporto tenuto dall’elastico delle mutande e a guardare ogni tanto fuori e provare a fare il gioco delle forme con le nuvole, solo che ho visto tantissime capanne e manco un elefante.

Poi sono arrivata a Roma e ho aspettato due ore fuori dall’aeroporto che venissero a prendermi e c’era tanto traffico di gente e di macchine che non era diverso da casa mia, solo che le macchine erano diverse, moderne, e c’erano un sacco di persone con la pelle bianca. Le donne facevano finta di non vedermi e ho pensato che potevano passarmi attraverso. Gli uomini mi sorridevano e si davano di gomito uno con l’altro, passandomi a fianco. Mi pareva di esser senza le mutande e io con la mano controllavo sempre che il passaporto stesse fermo sotto la pressione dell’elastico.

Poi è arrivata quella donna, che mi ha chiamato col nome che usava mamma e mi ha fissato a lungo prima di dirmi di darle il passaporto e di seguirla che mi avrebbe portato a lavorare. E io da quel giorno non ho più visto il passaporto e ho cominciato a togliermi le mutande.

 

4 commenti su “Lontano – Atto secondo

  1. 1

    partire è un po’ morire. qualche volta di più.

  2. 2

    Anche questa seconda puntata mi ha lasciato con un groppo in gola!! Brava!

  3. 3

    Davvero ben scritto. Arriva dritto al cuore con la sua cruda attualità. Un saluto

  4. 4

    Saluti e grazie, claudia :)