Lontano – Atto quarto

- 27 Giugno 2011

Se una persona è cattiva te ne rendi conto subito da come si comporta con chi non ha modo di difendersi. Nella mia famiglia mi hanno sempre detto di star lontano da chi ha gli occhi cattivi. Al villaggio del nonno c’erano ragazzini che quando arrivava il vecchio elefante a mangiare nei bidoni dell’immondizia, andavano a buttare la benzina dentro la latta e davano fuoco, e lui, il bestione, si bruciava la pelle pur di prendere le bucce. Aveva tanta fame. Tornava a quel bidone per quello, secondo me. Una volta, mi ha detto la mamma, i ragazzini gli sono corsi dietro con i coltelli e ridevano e l’elefante correva piano che era vecchio e loro, i ragazzi, gli hanno aperto squarci nella pelle rugosa, con il sangue che colava ovunque. Ma lui è sempre tornato, dopo, al bidone delle immondizie.

Io dovevo riconoscerli gli occhi cattivi quando quei tre mi hanno chiesto se volevo andare con loro per centocinquanta euro che sono tanti soldi per tre rapporti. E dovevo dire che mi dovevano portare indietro quando non hanno preso la stradina che gli avevo indicato ma sono andati via sgommando e ridendo fino a quella casa che era di un loro amico.

Quando si è chiusa la porta alle mie spalle, con la serratura che ha girato tre volte, io ho capito che quei tre erano cattivi. Non sono stata attenta. Erano due giorni che non dormivo.

E quello che mi hanno fatto, dopo, ha solo confermato che se sei debole il cattivo gode. Più imploravo, più loro hanno riso di me e dei miei no. Mi hanno chiamato sporca negra, mi hanno lavato con il sapone e la spazzola dei piatti, perché dicevano che puzzavo. Mi hanno detto che ero lì per una cosa, divertirli. Come i ragazzini con i coltelli del villaggio, loro volevano vedermi sanguinare e hanno usato di tutto, persino le bottiglie della birra che io non ho mai visto qualcuno fare cose simili e mi sono protetta col silenzio, sperando che sarebbe finito tutto in fretta e invece no, loro non si sono stancati finché io non ce l’ho fatta più e ho gridato forte e dopo ho sentito il cuore entrarmi nel cervello e cominciare a battere come un tamburo e sono caduta sul letto svenuta.

E solo allora hanno smesso.

Ma hanno continuato a ridere quando mi hanno caricato in macchina e portato via dalla casa.

Hanno sghignazzato quando mi hanno buttato sul marciapiede. Ho sbattuto la testa sul cordolo e allora hanno smesso di parlare. Io adesso non vedo più niente. Sento l’asfalto che mi gratta la pelle e ho voglia di dormire senza aspettare che qualcuno si accorga di me. Il dolore è lenta e silenziosa stanchezza. Il vecchio elefante è qui, lo sento, è venuto per i miei occhi ma quelli sono già andati. E allora aspetta. Il tamburo nella testa batte ma piano.

La morte, quando arriva, fa rumore. Anche qui, lontano.

 

Un comment su “Lontano – Atto quarto

  1. 1

    vi ringrazio per l’ospitalità in queste settimane :)