VIII.

Le giornate passavano e non riuscivo a capire perché stavo male. Ero ancora innamorata di Sid, oppure era delusione ed amor proprio ferito? Tutti sembravano conoscere il rimedio alla mia apatia, ma volevo solo essere lasciata in pace. Stavo a letto, incapace di mettermi in piedi; verso sera mi imponevo di alzarmi, mi sedevo di fronte alla finestra e spesso piangevo. Ascoltando Leonard Cohen, sognavo di stare sul tetto di una casa tropicale, stesa al sole a meditare tra i cristalli. Cercavo di recuperare i meccanismi mentali che in passato mi avevano tolta dallo sconforto, ma qualcosa bloccava i ragionamenti, riducendoli a puro istinto: mangiare, piangere, dormire.

Un giorno di pioggia ci fu un tocco alla porta. Pur non volendo vedere nessuno, non riuscii a frenare l’impulso di dire “avanti”. Mi trovai di fronte Stone, che entrò, lasciò sul comodino un sacchetto di cd, mi baciò la mano e se ne andò, senza dire una parola. Avevo visto bene? Era lui, il mio compagno di banco di liceo? Intanto svuotavo il contenuto del sacchetto: Iggy Pop, Sparklehorse, Creedence Clearwater Revival, Strokes. Accettai l’omaggio, decisa a farmi trasportare dalla piena di musica che mi era stata offerta.

IX.

All’inizio ero costretto a lasciare i cd sotto il portico. Lanciavo uno sguardo verso la sua finestra e me ne andavo, sapendo che prima o poi avrebbe accettato di parlarmi. Un giorno, infatti, la trovai seduta sulla finestra, vestita di bianco, immersa in un mare di musica (erano i Doors): mi stava aspettando.

“Come stai?”.

“Meglio, grazie. Ma non perdiamo tempo. Vuoi dare un’occhiata alla mia galleria degli orrori?”.

Di cosa stava parlando? Mentre la seguivo dentro casa, mi resi conto di quanto le donasse il bianco. Una sensazione di calore vuoto mi invase il petto; mi vergognai di questa reazione, distolsi quindi l’attenzione da me stesso e la rivolsi allo stanzone in cui eravamo giunti, zeppo di tele dipinte a colori vivaci, appoggiate ovunque.

“Ti piacciono?”, e mi guardava, curiosa.

“Dammi qualche giorno per osservare tutto. Poi ti dirò che ne penso”.

“Sii serio. Voglio saperlo adesso”.

“Sono convinto che tu stia per impazzire, ma mi propongo come manager. Non si sa mai nel mercato dell’arte: magari diventi famosa! A parte gli scherzi, sono contento che tu stia meglio”.

“Vorrei parlare dei quadri, non di me”.

“Invece voglio parlare di te”, dissi, sedendomi accanto a lei. “Mi sei mancata”: non potevo confessare che non ce la facevo più a starle lontano. “Come hai trascorso queste settimane?”.

“Ho cercato di mettere a frutto le giornate trascorse a letto”.

“Oltre ai quadri, quale è il risultato?”.

“Ho capito che non voglio perderti. Spero che lo stesso valga per te”. Sapevo, dal modo in cui tormentava l’orlo del vestito, che era imbarazzata.

“Hai avuto paura che mi potessi stancare e che smettessi di venirti a trovare?”. Era una battuta infelice, ma esigevo che lei si pronunciasse in mio favore. Non lo fece verbalmente, ma ricambiando il mio bacio sulla mano di qualche settimana prima. La guardai incredulo, “Beh, sei rimasto sconvolto?”. In effetti non me lo aspettavo.