V.

Quando Sid ammise di non volerne più sapere di me, tutto mi sembrò profondamente ingiusto: cercavo di accettare il fatto che lui non fosse mai stato innamorato, ma al tempo stesso mi chiedevo perché fosse capitato proprio a me. Nessuno si era mai degnato di prestarmi attenzione e ora, dopo un’illusione lunga un anno, entravo nel novero delle giovani che tentavano il suicidio per una delusione d’amore. Lui provò a contattarmi ma mi feci sempre negare al telefono. Mia madre gli disse che avrei trascorso il resto dell’estate dai nonni. Della fine della nostra storia rimase solo una lettera, che gli spedii dopo qualche settimana: “So che vorresti essere perdonato, ma non c’è niente da perdonare. Non è un delitto non amare una persona; è l’illusione che sottende un amore a uccidere”.

VI.

Sono ancora mezzo addormentato, ma so che è giorno. Accendo lo stereo, così posso davvero svegliarmi. Qualcuno irrompe in camera mia. Vengo colpito da un raggio di sole, che attraversa il buio di cui ho bisogno per addormentarmi: non c’è modo peggiore per iniziare la giornata.

“Alzati! Ma hai idea di che ore sono? I nonni stanno aspettando giù e tuo padre è già in fibrillazione. Mi hai sentito? Alzati!”. Non può essere diversamente: mia madre ha portato a termine l’ennesima sortita per buttarmi giù dal letto, e intanto spalanca le finestre. “Non ti sei nemmeno alzato e già c’è lo stereo acceso! Hai deciso cosa mettere? Ancora quella maglietta rossa? Mi rifiuto di uscire di casa con te in quelle condizioni!”.

Compio uno sforzo di volontà, mi alzo e vado verso l’armadio, da cui estraggo la camicia più bianca del mondo. Gliela mostro come un trofeo, “metterò questa, ma senza cravatta”. Non aspetto che lei replichi e mi chiudo in bagno, da cui esco dopo quindici minuti. Mentre mi vesto, lancio uno sguardo distratto allo specchio: i capelli sono troppo lunghi per un’occasione del genere, ma chi se ne frega. La mia immagine non si riflette un minuto in più, distolta da urla materne provenienti dal piano inferiore, “Sono arrivati i tuoi amici!”.

Vengo accolto da un flash molesto. “Stone incredibilmente ordinato! Sono impressionato. Una visione da non perdere. Facciamo una foto anche ai nonni”, e un flash li investe. La mamma guarda con disapprovazione i due personaggi schierati al suo cospetto: li conosce da anni ma non ha ancora capito che sono solo dei bontemponi. “Una foto anche alla mamma”.

“Julian, sii serio. Cerca invece di convincerlo a mettersi la cravatta”, interviene la nonna.

“La cravatta? Al posto suo l’avrei messa, ma visto che non sono lui e che rispetto le sue ultime volontà, gli consiglio di non metterla”.

“Grazie, sei un amico”.

VII.

“Agata! Sei bellissima!”. La mia unica nipote si alza in piedi e si fa ammirare. Io, sua madre e la sua migliore amica rimaniamo a bocca aperta: è raggiante. Dopo un momento di sospensione, le siamo tutte addosso, chi per sistemarle l’orlo del vestito, chi per porgerle un bicchiere d’acqua. Mi stupisco della cura con cui si è preparata ad un giorno così importante, lei che è sempre stata volutamente trasandata. L’abito ricorda le linee severe in voga a fine Ottocento – colletto alto, maniche lunghe, vita stretta: è veramente come una signorina di buona famiglia di allora. Controllo l’acconciatura e mi compiaccio: le ho fatto conoscere Frida Kahlo ed ora eccola qui, i lunghi capelli neri raccolti a treccia e sistemati attorno al capo, impreziositi da nastri e fiori freschi. Sua madre non le nega l’ultimo rimbrotto: non è elegante lo smalto rosso sulle mani di una sposa, ma lei, noncurante, sorride e la abbraccia.