E dalle radio dei segnali in codice.

I.

“Nonna, che ne dici?”. La luce del crepuscolo entra nella soffitta e colpisce alcune tele, barattoli di colore, un ordinato esercito di pennelli; nell’aria è sospeso un odore di acqua ragia e violette.

“Molto bene. Stai migliorando! Adesso però preparati: la cena è quasi pronta”. Prima di uscire dalla stanza, guardo la superficie che mia nipote ha appena concluso di imbrattare: il profilo megalitico di un cavallo si staglia su un fondo scarlatto, immobile. Lei si è seduta accanto alla finestra che dà sul retro della casa: è vestita di bianco, i capelli raccolti in un fazzoletto, mani e piedi sporchi di rosso.

Vorrei rassicurarla (“vedrai che andrà tutto bene, passerà tutto”), garantirle che tra qualche anno tutto questo sarà un ricordo, ma non ci riesco. Le dico solo “svelta, cambiati, ci vediamo giù” e scendo in cucina.

II.

Sta albeggiando e il cielo si riscalda lentamente. Qualcuno in casa si è già alzato, tra un po’ dovrò farlo anch’io. A letto, immersa nell’oscurità di cui ho bisogno per addormentarmi, rifletto, e un’onda di ricordi mi investe. Non posso dimenticare cosa successe quell’estate; ho rinunciato a dimenticare.

III.

Sapevo che stavo per rovinarle la vita, ma la situazione si stava complicando e non volevo che lei mi odiasse più del dovuto. Il mio più grande desiderio era vivere liberamente, senza restrizioni. Perché costringermi a fare andare bene una relazione? Siamo stati insieme un anno, durante il quale lei ha attraversato un unico momento difficile, quando si chiuse in casa, rifiutandosi di vedermi. Cercai in tutti i modi di sapere come stesse: mi sentivo escluso dalla sua vita. Niente però succede per caso: quando ci rivedemmo e mi resi conto di aver perso interesse nei suoi confronti, la lasciai.

IV.

La sera in cui si misero insieme, Agata corse sotto la mia finestra e mi chiamò. Mi affacciai: era raggiante nel suo vestito preferito, quello con la gonna a ruota e il corpino a volant. Uscii sul retro e ci sedemmo sulla panchina di pietra. Nel giro di un secondo, mi aveva già raccontato tutto. Sebbene provassi una sensazione strana – Sid era un bravo ragazzo, ma non era quello giusto – la storia procedette: quando ne parlavamo, lei non mancava di raccontarmi come stessero bene insieme. Solo una volta successe una cosa strana: un giorno, senza nessun motivo apparente, Agata si chiuse in casa, rifiutandosi di vedere anima viva. Forse in quelle settimane di solitudine qualcosa si ruppe – o nacque – in lei, rimanendo inespresso fino a che una sera non mi chiamò: con voce perfettamente ferma, mi disse che Sid l’aveva lasciata e che lei voleva uccidersi, tagliandosi con uno specchio rotto. Mi precipitai a casa sua: era da sola e temevo potesse farsi del male. La trovai seduta per terra, mentre tentava di ricomporre i pezzi di uno specchio. Rimasi impietrita alla vista delle ferite sulle gambe e sulle braccia, del sangue sbocciato sul suo prendisole. Non riuscivo a parlare, finché lei non si accorse di me e “non preoccuparti: non mi sono fatta niente”. La sua voce suonò innaturale, come se volesse rassicurarmi su ciò che sottendeva quel gesto provocatorio.