Colazione da Tiffany


Recensioni SettePerUniche*

Una casa nell’Upper East Side, un gatto senza nome e uno scrittore. Una gioielleria, le paturnie e una ragazza. Anzi, non una: la ragazza. Perché Holly Golightly è l’emblema di una vitalità esuberante che oggi ritroviamo – distorta – nelle ‘aspiranti qualcosa’ che popolano televisioni e giornali. Holly è infatti una cover girl di New York, attrice mancata, ragazza capricciosa, intelligente, ingenua. Con lei, o meglio, attorno a lei, personaggi bizzarri: il gangster Sally Tomato, l’agente dei produttori di Hollywood O.J.Berman e Joe Bell, timido proprietario di un bar.

Questo romanzo, scritto da Truman Capote nel 1959, è sempre stato moderno. E non ha smesso di esserlo.

La storia, conosciuta da quasi tutti anche grazie al film di Blake Edwards del 1961 – film che ha prodotto una marea di gadget e surrogati: magneti per il frigo, borse e ombrelli, spille e magliette (anche questa è una forma di esuberanza della modernità) – parte con il ritrovamento, da parte del barista Joe, di una foto che ritrae una statuetta africana che ha i lineamenti di Lula Mae Barns, alias Holly Golightly.

Da qui il flashback nel quale l’io narrante Paul ricorda gli anni in cui Holly è finita nella sua vita. Una ragazza alla ricerca del suo posto nel mondo. Un posto come Tiffany, la gioielleria. Solo lì si sarebbe sentita protetta e al sicuro; solo quel posto le avrebbe placato le paturnie. “È una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba”, dice Holly.

Ora, se pensiamo a Tiffany come a un non luogo, spazio non relazionale, uno di quelli che l’antropologo francese Marc Augè contrappone ai luoghi antropologici, si può affermare che Truman Capote precorreva il tempo, scrivendo di questi luoghi in cui gli individui si incrociano senza entrare in relazione, spinti dal desiderio di consumare.

Certo, consumo e lusso sono concetti (in apparenza) opposti. E anche se Tiffany non è il classico centro commerciale cemento e parcheggi può essere comunque il (non) luogo rappresentativo di un’epoca caratterizzata da individualismo solitario e precario. Emblema di un tempo concentrato estremamente sul presente (e sul brillante. Che, forse, non a caso si chiama Solitario).

Le persone transitano nei non-luoghi ma nessuno vi abita. Perché, in fondo, l’essere umano è così: alla ricerca del proprio posto nel mondo. Come Holly.

La differenza (forse) è tra chi ammette di essere alla ricerca e chi dice di averlo trovato. Però, in genere, i secondi stanno mentendo. Tranne Holly, lei lo sa.

Holly lo aveva capito, prima che diventasse luogo comune: l’importante non è la destinazione ma il viaggio. Per questo ho deciso di scrivere questa recensione sul portatile, davanti a Tiffany.

Colazione da Tiffany
Truman Capote
Garzanti
Collana Gli Elefanti
9.00 euro

 

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3 commenti

  1. Molto bella questa recensione.
    A me del libro ha colpito molto anche il rapporto con il film. In genere non guardo mai un film ispiraato ad un libro prima di averlo letto e se lo guardo dopo nella maggior parte dei casi mi delude. In questo caso il film l’ho visto – e poi rivisto tante volte – da ragazzina e nel rapporto tra le due rappresentazioni la Holly che si impone nell’immaginario è quella soave creata da Audrey Hepburn che crea un vero mito.
    Certo a parte ciò il film – con il suo happy end holliwoodiano – non ha la profondità del libro in cui si avverte l’amarezza del disagio appena nascosto sotto i comportamenti frivoli della protagonista.
    sotto diversi aspetti il libro è attuale:il cocetto di fasullo – phony – mostrato dall’autore e che si impone nel nostro quotidiano, in cui ci si imbatte in persone fasulle per il modo di presentarsi, agire, per i sentimenti dichiarati ed il modo di pensare; e poi, come si legge nella recensione, a proposito delle due categorie di persone. Chi cerca il proprio posto nel mondo e lo dichiara e chi dice di averlo trovato o – equivalente – dice di non cercare nulla. Nel primo caso ci vuole coraggio, quello di mettersi in gioco ed anche quello di sperare e desiderare, anche se molto spesso ciò può far male, arrecare sofferenze e delusioni. Nel secondo caso, ci si chiude volontariamente in una gabbia e in molti casi si comincia a biasimare chi invece mostra il proprio desiderio, criticandolo, sminuendone l’importanza, mostrando le difficoltà e anche l’inutilità di raggiungere l’obiettivo. Tutto ciò in fondo per sentirsi a posto, per non sentirsi da meno nel non avere il coraggio di desiderare.
    Rimane aperta la domanda sul finale come nella storia di Holly: riuscirò a trovare il mio posto?

  2. Molto bella questa recensione.
    A me del libro ha colpito molto anche il rapporto con il film. In genere non guardo mai un film ispirto ad un libro prima di averlo letto e se lo faccio dopo nella maggior parte dei casi mi delude. Per Colazione da tiffany è stato diverso: ho visto – e poi rivisto tante volte – il film da ragazzina e letto il libro da poco. Nel confronto tra le due Holly, nell’immaginario quella creata da Audrey Hepburn non scompare ed anzi si impone fino a creare un’icona. Certo il testo ha una profondità maggiore rispetto alla versione cinematografica, i personaggi molto più sfaccettati e si avverte l’amarezza della condizione sostanzialmente da balorda appena sotto i comportamenti frivoli della protagonista. In due aspetti il libro è secondo me moderno: innanzitutto per il concetto di fasullo – phony – richiamato e che dilaga nel nostro quotidiano con personaggi fasulli quanto al modo di agire, presentarsi, fasulli anche nel modo di pensare e quanto a sentimenti dichiarati. Il secondo aspetto, è quello indicato nella recensione a proposito delle due categorie di persone, quelle alla ricerca del proprio posto nel mondo e quelle che dicono di averlo trovato o – stessa cosa – di non essere alla ricerca di nulla . Nel primo caso ci vuole coraggio, quello di mettersi in gioco ed anche quello di desiderare, anche se ciò può portare sofferenze, amarezze, delusioni. Nell’altro caso ci si costruisce una gabbia in cui ci si chiude volontariamente proprio per evitare quelle sofferenze, ma molto spesso si diviene critici verso chi invece cerca il proprio posto, si deridono i desideri altrui, si sminuiscono mostrando le difficoltà ed anche l’inutilità di conseguirli. Tutto ciò per sentirsi a posto e non inferiore rispetto a chi fa una scelta diversa.
    Certo come nel caso di Holly rimane la domanda aperta sul finale: riuscirò a trovare il mio posto?

  3. 2 commenti perchè non vedevo più il primo. Sorry :)