Madeleine 4

- 26 Maggio 2011

Jean arriva fischiettando, apre la porta con un sacchetto della Franprix nella mano destra. Accenna un sorriso dolce, mi guarda negli occhi e in un attimo mi si affollano nella mente ricordi, suggestioni che non riesco a distinguere.

Ti porto in un posto, mi dice con la stessa dolcezza da crema catalana.

Usciamo, camminiamo a lungo e poi arriviamo in un piccolo café, con l’insegna in corsivo e i tavolini all’aperto.

Voglio farti assaggiare una cosa semplice ma buonisssssima.

Lo dice così, con una miriade di esse sibilanti che mi fanno venire voglia di piantare una tenda canadese qui tra i tavolini di questo bistrot e sentirmelo ripetere finché muoio quant’è ‘buonisssssima’.

Questo ragazzo con le lentiggini è la sola persona in grado di placare i morsi da nostalgia che ogni tanto mi assalgono, non farmi pesare i duemila chilometri di distanza e tutti gli anni che dividono quello che sono da quello che sono stata. Mentre rifletto, lui ha già ordinato questa cosa semplice e buonissssima per due più una coca cola. Aggiungo all’ordinazione un caffè macchiato. Riempiamo l’attesa parlando di cose inutili e divertenti. Argomenti innocui come gli spaghetti, l’ultimo concerto di Bon Iver, le due carie che gli sono spuntate sul molare sinistro.

Il cameriere torna con le ordinazioni e accanto al mio caffè e alla coca cola di Jean ci sono due barchette di pasta chiara e dolce che assomigliano a piccole scialuppe del Titanic.

Si chiama madlèn, dice Jean con fare orgoglioso.

Ah, sono fatte così quelle vere?

Non posso crederci. Ho davanti due madlèn vere, perfette.

Mi lancio sul piattino, ne afferro una e lascio le briciole mi sporchino la bocca come succedeva quando avevo otto anni.

Poi di nuovo. Sto masticando con foga e inizia a farsi spazio una tristezza netta, che taglia i fili che mi tenevano il sorriso. Il desiderio di una casa che si mescola nella mia bocca con questa pasta al burro.

Sai, io tutto sommato preferivo la ‘madeleine’, quella casalinga. Quello era un dolce che sentivo davvero mio.

Dico mio e sembra che io stia parlando di Jean invece che del suo dolce. La sua Francia. Il suo orgoglio parigino. Dico mio piano, e lo guardo, sperando che capisca lo sforzo di questa traversata oceanica. Dico mio e vorrei aprire il palmo della mano e chiudere Jean e questa confusione dentro al sicuro come in quella canzone di Lucio Dalla sulle farfalle. Dico mio, ma vorrei dire delusione o forse stupore. Per questa madlèn che è diversa, che non ha il sapore che mi aspettavo. E non so se è questo che vorrei per me. Questo sapore. Questa pasta. Non so se è questo presente un po’ traballante che vorrei per me, questo presente che non si scioglie in bocca come una madelaine, quella vera, quella che illuminava anche i compiti di matematica.

Mia nonna è morta durante il mio primo anno qui, mentre raccontavo una favola passeggiando per les Tuileries.

 

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