Madeleine 3

- 19 Maggio 2011

La prima volta che ho visto Jean è stato in uno dei parchi più tranquilli della città, con poche panchine, non affollato, forse perfino ignorato dalla maggior parte dei parigini. Leggeva Stendhal tenendo forte il libro con entrambe le mani, come se potesse scivolargli via. Me la ricordo nitidamente quella stretta. Come cominciammo a parlare invece non lo ricordo. Ricordo che parlammo a lungo, di noi, delle nostre vite mezze francesi e mezze italiane. Lui italiano di nascita, io francese d’adozione. Ricordo di aver pensato che forse c’eravamo incontrati per quello. Per quel comune senso di non appartenenza, di radici strappate. Una domenica mi invitò a pranzo. Non nel suo appartamento nel 10ìeme ma in quello dei suoi genitori, Paola e Antonio. Lei bella, con gli incisivi sporgenti, un quarto di sangue bretone nelle vene e un odio malcelato per il grano saraceno.

Un controsenso, le faceva notare Antonio che ai controsensi preferiva i cliché: napoletano doc viveva di mozzarella, pomodoro e pastiera. Pacchi enormi arrivavano ogni mese dalla sua bella Napoli. Antonio, quando ci siamo conosciuti, mi accolse esclamando con gioia “Ah, ‘na bella guagliona italiana!”. Qualche tempo dopo Paola mi trovò un lavoro in un asilo privato, una crèche, come dicono qui a Parigi. Mi affeziono in tempo record a Thibaut, un bambino di cinque anni con gli occhi grandi come il Yorkshire. Ripete dietro di me il ritornello di Pirouette-Cacahuette e afferma solennemente che vuole sposarmi. Anche se sono mezza italiana e si sente dice lui. Una mattina si presenta all’asilo e mi regala un anello di plastica arancione. Per rendere ufficiale la sua proposta di matrimonio dice sempre lui.

Jean non mi ha mai regalato anelli di plastica colorati ma è stato colore vivo e arancione da quando sono nell’Ile-de-France.

 

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