Madeleine 2

- 12 Maggio 2011

L’appartamento di Jean non è un vero appartamento. È una stanza in affitto nel 10ème con un parquet graffiato e tanti cuscini verdi sul divano. In cucina, sul frigorifero c’è una collezione di calamite, e nel frigorifero almeno cinque confezioni di wurstel di pollo. Mi chiedo come faccia a mantenersi così magro mangiando esclusivamente schifezze di tutti i tipi e di tutte le marche.

Nell’appartamento accanto a quello di Jean vive un gruppo di coreani in Erasmus che masticano tabacco tutto il giorno e ascoltano una musica truculenta che fa rima con nero, ti voglio, sangue, stanotte. Si possono comporre un mucchio di frasi con parole come queste. Stanotte voglio il tuo sangue. Ti voglio fare nero. O meglio ancora Voglio il tuo sangue nero stanotte. Se fossi stata ancora al liceo probabilmente mi sarebbe piaciuto conoscere di persona i vicini di Jean: facce da lenzuolo di lino, orecchini sui denti e sguardo da riformatorio. Probabilmente all’epoca mi sarebbero anche piaciuti. Adesso no. Adesso sposto qualche cuscino dal divano, mi raggomitolo sulla seduta e cerco di concentrarmi sul mio sudoku. Così è stato che ho conosciuto Jean. No, non mentre completavo un sudoku. L’ho conosciuto mentre ero concentrata.

Ero concentrata sui miei appunti di latino, sui miei quasi diciannove anni che già mi sembravano un po’ sgualciti, sui miei brufoli da ciclo, sulle gite a Versailles con birra e panini, sugli amici e i sabato sera in qualche circolo nel quartiere della Bastiglia.

Abitavo a Parigi da tre giorni e le linee metropolitane erano solo fili colorati ingarbugliati e le piazze troppo dorate, la gente troppo silenziosa, i monumenti troppo ingombranti e il mio metro e sessanta troppo piccolo.

 

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