Madeleine 1

- 5 Maggio 2011

Ho sempre pensato che per fare madeleines non ci volesse poi molto. Farina, acqua, zucchero, uova e formine adeguate. Quando le mangiavo sporcandomi la bocca di molliche morbide mia nonna sorrideva soddisfatta dall’angolo della cucina. Mia nonna aveva le mani sottili e usava quell’acqua di colonia fortissima con un numero a quattro cifre sulla confezione azzurrina. Mia nonna era soprattutto abruzzese però e di madeleines non è che capisse granché. La sua era una versione casalinga tra il ciambellotto e il plumcake in forma ridotta, con una pancia gonfia di pasta e la doratura ai lati frastagliati. Io sono cresciuta con quell’idea lì di madeleines. Un po’ soffici, non geometriche. Sostanza, non forma. Con quell’idea lì sono diventata grande, e ancora ho stampati in testa i pomeriggi dopo la scuola, le quattro e mezza e mia nonna indaffarata ma sempre profumata, e anche la matematica con quella pasta diventava dolce quasi per osmosi. Io a otto anni nemmeno ci pensavo che quella cosa lì che mia nonna chiamava “madeleeeeine” pronunciando ogni singola lettera col suo accento italo-avezzanese potesse in realtà trasformarsi nella più composta ed essenziale “madlèn”.

A diciannove anni non compiuti sono stata catapultata in Francia. Non la Francia da Provenza, lavanda e magliette tirate su fino agli avambracci. Nemmeno la Francia da giù al nord, fiera Bretagne o taciturna Normandia con le mucche e mezzo abitante per chilometro quadrato. Parigi. Parìs. In realtà da quando vivo nella Ville Lumière penso sempre più spesso all’odore di legna bruciata di Avezzano, alla casa dei nonni, le scarpinate fino a Pietracquaria, mio fratello che fa il verso ai giornalisti in televisione. Mi raggiunge la sua espressione da bambino anche adesso che attraverso la città da un quartiere all’altro, mano nella mano di Jean e mi ricordo che non lavo i capelli da quattro giorni e incominciano ad appiccicarsi sulla mia fronte stanca. Sorrido ad una bambina mulatta che aspetta con la sua mamma ventenne il nostro stesso bus. Il bus è il 52 e di solito quando lo prendiamo è solo per allungare il tragitto, passare accanto all’Arco di Trionfo o arrivare a casa di Jean.

 

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