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L’affare dell’alfiere Elaghin

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Recensioni SettePerUniche*

La metà precisa dei libri stampati in ottavo, l’ho sempre pensato, ha una mezzaspecie di forza mistica, e a pagina cinquantuno devono per forza esserci quelle quattro righe che ti fanno dire ahpperò.

Ne L’affare dell’alfiere Elaghin di Ivan Bunin non succede niente di meno, giustappunto c’è quel passo che fa

«Dalla scena ella irretiva gli ammiratori non solo col fatto che sulla scena sapeva particolarmente sfoggiare il rigoglio di tutte le sue attrattive, il suono della voce e la vivacità dei movimenti, il riso e il pianto, ma anche col fatto che per lo più recitava nelle parti in cui poteva mostrare il proprio corpo.»

che è il migliore in assoluto del libro, secondo me, c’ho messo un segno bello grosso, e l’ho sottolineato, e poi l’asterisco, che son fattori che se ricorrono in combine significano puoi anche gettare il resto, ma questo, oh, questo.

Ella è l’attrice polacca Visnovska, che nell’infingimento diventa Mania Iossifovna Sosnovski, nome da vodka scadente, una sciacquetta da garçonniere devota allo strategismo sentimentale ante-litteram, mentre l’alfiere Elaghin è l’innamorato-che-arriva-all’estremo, quello che prima si fa irretire dai muliebri ancheggiamenti e tentennamenti della nostra filibustiera e che poi va fuori di testa, true story tra l’altro, si chiamava Bartenev mentre nell’infingimento, parapìm e parapàm, è Elaghin, e in una mattinata pallida confessa al suo superiore d’aver fatto risuonare la rivoltella.

Nelle rimanenti ottantuno pagine, inoculate di russissima maestria, Bunin ce lo racconta dettagliatamente, l’amour fou che riduce le vigorose e possenti spalle dell’alfiere a striminzito pellame d’acciuga, ma non è questo il punto.

L’affare dell’alfiere val bene la pena d’una lettura perché pagina cinquantuno è una di quelle che ti verrebbe da fotocopiarle e fissarle con la colla vinilica nel bel mezzo d’una missiva scritta a mano e senza rileggere in un malinconico crepuscolo, magari indirizzata vai a capire a chi, forse un’attrice che dalla scena irretisce gli ammiratori sfoggiando il rigoglio di tutte le sue attrattive, ovviamente se tu fossi uno di quei tipi poco seri che scrivono missive a mano coi ritagli di libri stropicciati in serate di crepuscolo da spedire a svenevoli attrici, cosa che va da sé, io non sono.

Anche se poi non sarebbe un dramma, dopotutto sembra ce l’abbiano tutti, acchetata nei pertugi del trantràn quotidiano, una Madame Cloros, una Visnovska, una Sosnovski di turno che gli fa girar la testa, fatto accaduto il quale poco resta, se non rileggere quelle quattro righe del Bunin ed intimamente chiagnere, col cuore pugnalato, con nella capocchia una voce, delle caviglie, il rigoglio di tutte le sue attrattive.

[L’affare dell’alfiere Elaghin – un malaffare invero, si sarà inteso – l’ha pubblicato Sellerio nel novantadue, collana il divano, numero quarantotto. Costa, se lo trovi ancora, secondo me no, diecimila lire]

 

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1 commento

  1. e se poi a “fissarle con la colla vinilica” viene Giovanni Muciaccia?? ;-)