Le abitudini stanno a me come le collezioni ai collezionisti.

Il profumo delle cose e delle persone è una scia a colori che si forma e deforma. Adoro intingere il corpo di fragranze che mi rimangono impigliate come il fermaglio dei capelli. Allo stesso modo, rimarrei ad assaporare a occhi chiusi l’odore degli altri per ore.

Le signore impellicciate sono le mie preferite. Spesso mi posiziono esattamente dietro di loro per godere appieno di quell’effluvio dolciastro di colore rosa. Il mio naso è talmente saturo di odori che non c’è spazio per fritto e soffritti e quando mia madre cucina pietanze che presuppongono questo tipo di cottura, mi siedo a tavola con l’accappatoio e la cuffia per i capelli.

Nonostante gli olezzi cattivi mi infastidiscano, c’è un rituale che non posso fare a meno di sostituire: la sigaretta. La norma mi impone di non gustarla mai senza miscelarla ad altri sapori liquidi. La accompagno al caffè, alla coca-cola, al chewing gum, al tè al limone, perché associare due sapori mi autorizza a degustare appieno il piacere del tempo che consuma e brucia.

Mi mangio le unghie, perché mi autorizzo a farlo nonostante mi si dica che a ventisette anni faccio cose da quindicenne.

Non bevo latte caldo, ma mi piace il sapore dei biscotti intrisi di quel bianco candido, perciò ogni mattina riempio di latte una tazzina di caffè e intingo i biscotti. Quei biscotti un po’ rigidi, che non cadono dopo qualche secondo sul fondo della tazzina.

La sera invece, bevo latte freddo e menta. Ogni volta mi sembra di percorrere temporalmente lo spazio che mi riporta all’età di sei anni, quando sul balcone di casa leggevo le favole, bicchiere alla mano.