Come Quando Fuori Piove: Quadri

- 14 Maggio 2011

Quadri appoggiati per terra ai muri dell’appartamento preso in affitto. Accatastati, che si vede solo il primo, e bisogna accovacciarsi per guardarlo in faccia, o sedersi a gambe incrociate come gli indiani sul pavimento. Provvisori, come se avessi appena traslocato e in realtà abitavi lì da sempre.

Ritratti dei coinquilini che hanno abitato con te e che si sono seduti con noi a mangiare nelle insalatiere di ceramica sbeccata. I posacenere mai svuotati e riempiti d’acqua come gli annaffiatoi per le piante che abbiamo lasciato appassire. Le cornici con gli spigoli smussati, si era rotto il gancio per appenderli.

Quadri scarabocchiati con le tue matite senza la punta e con la gomma consumata in fondo, coi segni dei tuoi denti piccoli di quando studiando le mordevi per concentrarti. Per farti entrare in testa tutte quelle curve esponenziali. Le sinusoidi malate e gli ellissi sghembi, gli integrali, gli amplificatori operazionali.

Carte evidenziate che ammonticchiavi sulle mensole attaccate storte, libri comprati fotocopiati nella cartoleria clandestina all’angolo con quello che vendeva le pizze. Quel pomeriggio che avevi portato a casa le risme rilegate per tutto l’anno a venire, e di quando dopo gli esami le avevi messe via sotto i miei occhi dicendo che un altro anno era andato. I libri degli esami che abbiamo già dato, trovarseli in mano e sfogliarli silenziosamente.

Quadri, angoli troppo lontani per essere ricongiunti in diagonale, come avevamo tentato di fare noi senza però riuscirci. A disegnare quelle linee senza staccare mai le penne dalla matita. Le penne bic, le penne con le sponsorizzazioni delle società per cui avevi iniziato a fare i colloqui.

Le scrivanie pulite e le cravatte che io avevo insegnato ad annodarti, in un pomeriggio di fine estate quando mi raccontavi che in realtà non volevi andare a lavorare perché non volevi diventare grande. I gemelli sui polsini della mia giacca che era sempre la stessa.

Quadri fatti dalle nostre madri, le nostre lauree messe sottovetro per ridurre al niente tutte le emozioni dei nostri anni migliori. Per fargli prendere la polvere e far vedere quello che siamo stati ai figli che non abbiamo ancora avuto e che per questo non hanno un nome.

Di quando ci era passata la voglia di cambiare continuamente le foto alle nostre pareti e avevamo solo vecchie fotografie impolverate. Le foto di classe, dove non sono mai venuto bene.

Quadri, tondi. Dato che i cerchi non quadrano e in ogni caso noi eravamo un triangolo, ed ogni vertice della nostra immaginazione diventava un po’ più isoscele o scaleno a seconda dei tuoi teoremi del momento.

Le tue tabelle pitagoriche imparate a memoria, come la definizione che volevi dare di te al mondo, mentre io ero soltanto un corollario. I tuoi righelli spezzati e poi riattaccati con lo scotch, che quando volevi tirare una riga non veniva mai dritta perché quando passavi la china sul bordo rattoppato, tremava. Tremava come me quel giorno che con tutte queste cose ti ho aiutato a traslocare.

 

Commenti chiusi.