Come Quando Fuori Piove: Picche

- 28 Maggio 2011

Picche, due. Come noi. A puntarci addosso le nostre lance illuminate, il giorno subito dopo esserci sposati.

Rabbiose le tue parole si accavallavano nell’ultima lettera scritta al computer e mai firmata. Avrei voluto per lo meno vedere come sarebbe stata la tua calligrafia mentre la scrivevi, e sarebbe stata come un graffio, come un rasoio, quello che un tempo dimenticavo sul mobiletto del bagno di casa tua.

A rovesciarci addosso i nostri temporali repressi, le nostre insoddisfazioni permanenti, a tagliarci con la carta dei biglietti dei regali che ci facevamo, incartati con i nostri buoni sentimenti e quell’angoscia che mi provocavano le canzoni che adesso non ascoltiamo più. Sotto i tendoni dei locali estivi, quando all’improvviso pioveva.

Picche, la donna. La carta che se ti resta in mano hai perso, in quel gioco che facevamo da bambini. Nera, come il mio umore mentre tornavo a casa quel giorno e guidavo le tangenziali cantando urlando, accendendo gli abbaglianti davanti ai semafori, che il mondo doveva fare passare il mio dolore.

Le sigarette buttate dal finestrino testardamente ritornavano dentro e andavano a bruciare contro i miei sedili posteriori, facendo dei piccoli buchi. I sedili posteriori dove trasportavo i miei amici di ritorno dai concerti, e loro storpiavano le parole di ogni musica costruendo piccole filastrocche per prendermi in giro, filastrocche che parlavano di te. Sotto le stelle, a guardare le ultime lune sbilenche.

Picche, un cuore rovesciato. Che mentre mi lasciavi avrei voluto dirti “ma non ti ricordi di quando riparavamo tutti quei giocattoli?”. E invece tu ti ricordavi solo di quando andavamo a sbattere sempre contro le stesse macchine, contro gli stessi lampioni disarcionati.

Di quando nei pub ci rovesciavamo i bicchieri addosso e poi li lasciavamo cadere sui tavoli di legno e di terra. Le discussioni appese come gli impiccati, a dimenarsi per tentare di restare vivi, come le farfalle. Le nostre ali rovinate, che non si volava più, tolta la polvere.

Picche, il fante ero io, con in mano l’ombrello nero quello con il manico curvo, d’altri tempi. Ti aspettavo sotto la pioggia ascoltando la musica, mentre scendevi dal tram. Le rotaie sconfinate di quando facevi finta di non vedermi, nei corridoi bianchi con le porte rosse.

Tutti i miei chilometri inutili, tutte le mie immaginazioni, le mie corse asimmetriche e le mie belle parole. I patti chiari e le amicizie lunghissime, anche se amici non siamo mai stati. Le carte d’identità con le foto di quando eravamo troppo giovani, per partire per i nostri viaggi interplanetari, negli emisferi boreali delle nostre coscienze arrese al fatto che avanti così non si poteva andare.

E tutte le strade che non abbiamo mai fatto insieme.

 

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