Come Quando Fuori Piove: Fiori

- 21 Mag 2011

Fiori, ovunque. A volte, inspiegabilmente, eri una Mrs.Dalloway colorata che andava a comprarli a Bond Street o in una di quelle vie dove non ci siamo mai incontrati, neanche per caso. Uscivi da dipinti di qualche epoca fa, quelli che c’erano nelle illustrazioni dei libri delle superiori.

Nel cestino della bicicletta li avresti messi solamente in quei rari giorni in cui le nostre pianure indefinite ci offrivano improvvisi raggi di sole e le nostre ombre lunghe sull’asfalto si tenevano per mano camminando per le strade sterrate. La bicicletta appoggiata al muro dentro al portone del palazzo di quando eravamo piccoli.

Fiori fotografati dalla reflex digitale che avevi comprato coi soldi di quando facevi la cameriera. Modificati al computer con uno di quei programmi tecnologici per far sembrare che avessero colori più veri di quelli che avevano nella nostra realtà che sembrava sempre un po’ sbiadita.

Di quando ti sedevi nel prato o ti arrampicavi sugli alberi con le scarpe da tennis che non avevi voluto cambiare neanche quando si erano rotte, quei fiori gialli di cui al momento non ricordo il nome. Quelli che, a volte, crescevano sull’asfalto dove quando andavo all’asilo mi ero sbucciato le ginocchia. Sui bordi dei marciapiedi, prima che li ridipingessero.

Fiori, non ci avevi mai creduto ma anche i soffioni lo erano. E ti piaceva soffiarmeli in faccia come se fossero delle piume, come per prendermi a cuscinate mentre in realtà erano soltanto petali. Mi mettevo le mani sugli occhi arrossati da allergie inguaribili, ma sopportavo perché mi piaceva vederti ridere.

Di come un giorno ti avevo preso in braccio e ti avevo tirato su dall’erba, non volevi più andare a casa. Non eravamo andati a scuola, ci eravamo portati tutti i libri per studiare ma in realtà l’unico libro che avevamo letto era stato quello di poesie che ti avevo letto io ad alta voce mentre dormivi con la testa appoggiata sulla mia pancia. La mia cintura con la fibbia grossa brillava insieme ai tuoi orecchini.

Fiori sgretolati sui davanzali perché ci eravamo dimenticati di trapiantarli. Appesi a testa in giù credendo che li avremmo fatti seccare come le stelle alpine dentro le pagine dei giornali a fumetti quando andavamo in vacanza in montagna. Le docce fredde dopo le camminate con i calzettoni e i calzoncini corti, i cappellini con la visiera e i marsupi che tanti anni dopo ci avrebbero fatto ridere riguardando le foto. Le mani sporche di pennarelli, le guance sporche di vento.

Fiori, quelli che avevi dimenticato sui divanetti dopo la laurea, quelli tirati dalle spose e mai presi ai matrimoni dei conoscenti, quelli che hai solo sognato di ricevere da uomini che invece si erano dimenticati.

Sotto i treni lanciati avanti e indietro tra la provincia e la vita, l’odore dei gerani che ti avevo portato dopo aver comprato un piccolo vasetto di plastica a due euro al supermercato, per festeggiare che era settembre e che eri ritornata. Issati dietro l’orecchio come le matite con cui ricalcavo il tuo profilo sui vetri.

 

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