Come Quando Fuori Piove: Cuori

- 7 Mag 2011

Cuori appesi ai rami degli alberi anoressici quando veniva l’inverno. Come gli ultimi arrampicati aquiloni incastrati, strappati da un vento ingeneroso e poi lasciati a riposare.

Nelle nostre case, vicino ai camini, nei posti dove continuiamo invano ad aspettare chi se n’è andato, dove conserviamo le scatole che non vogliamo più aprire ma che sarebbero le prime cose che porteremmo in salvo se dessero fuoco alla nostra casa. Affacciati alle finestre per vedere quando arriverà.

Cuori avvolti nei mantelli nel freddo islandese, di una terra di ghiaccio e di vulcani esplosi, nel freddo di quell’estate quando a luglio mi avevi detto che dovevamo parlare e poi avevamo litigato su Msn ed eri partita senza neanche salutarmi.

Dietro agli schermi dei portatili per guardare se siamo tutti e due online o nelle statistiche delle visite dei nostri vecchi blog di quando eravamo ancora studenti che non legge più nessuno, che non scrive più nessuno. Loggati nelle caselle di posta elettronica dei nostri ex a cercare quello che non c’è.

Cuori sui campi da calcio sterminati delle partite dei mondiali che eravamo ancora capaci di vincere. Le carovane di macchine non catalitiche con le targhe storte, ammaccate. I motorini con gli adesivi sulla carena, quando mi portavi in giro sui nostri viali infiniti, le nostre vie di tutti i giorni.

Sui prati d’erba bruciata dove stendevamo gli asciugamani della spiaggia, quando dopo gli esami eravamo andati al mare e c’erano fotografie di noi che ridevamo. Le fotografie dove portavamo ancora gli occhiali da sole e avevamo le sigarette in mano, le fotografie che non ritoccavamo perché non dovevamo metterle su social network che non esistevano. Esistevamo noi e cercavamo l’ombra quando era mezzogiorno.

Cuori accampati ai bordi delle periferie come i nomadi, alle periferie delle grandi città come New York che ti aveva portato via da me quel giorno in cui io avevo un esame di sabato e all’università non c’era nessuno e avevo parcheggiato proprio in mezzo alla piazza, lì davanti.

Nelle fermate capolinea delle metropolitane, dove non si capisce se scendi perché ci devi scendere davvero o perché ti sei addormentato sul treno. Ascoltando sempre la stessa canzone facendo finta di essere in un video, un video di Mtv che quando andava di moda la mia antenna non la prendeva e adesso che la prende non va di moda più. I programmi televisivi che lasciamo accesi di notte, senza volume.

Cuori lanciati nelle stelle, dai tetti degli alberghi, dai finestrini degli aeroplani, dai cerchi fatti col fumo. Dai cerchi disegnati appoggiando la matita sui bordi dei barattoli capovolti, i barattoli di vernice bianca che avevo messo nel bagagliaio per venire nella tua strada e scriverti sul muro di fronte a casa tua: TI AMO. Sul muro di fronte alla casa dove non abiti più.

 

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