Uno, due, tre, prova. Una penna in mano. Con forza la impugna. Vede la pelle dei polpastrelli farsi bianca sotto questa pressione. Tra pollice e indice, il medio funge d’appoggio, aderisce all’anulare, il mignolo un poco si stacca, lascia una fessura, in questa mano che s’accartoccia come un foglio di minuta sbagliata gettato senza centrare il cestino. La pallacanestro non è il suo futuro, non è un asso dei tiri liberi, la statura non le è d’aiuto e il fiato è corto, mai sarà un playmaker.

Le dita si raccolgono là dove la penna ha inizio, così vicine alla punta di alpacca che diventa incerto il confine fra capillari e grafia.

In alcuni sogni lo ha visto: l’intero suo sistema vascolare fuoriuscire dal corpo, simulare l’andatura dello scrivere, le ‘emme’ che si confondono con le ‘enne’ e lettere compatte, senza picchi verso l’alto o verso il basso, una grafia che taglia rami e gambe, che tende alla linea retta, all’orizzonte, all’infinito. La penna ruota su se stessa, mentre procede da sinistra a destra e poi a capo e poi ancora da sinistra a destra, disegna piccoli cerchi sulle punte, non sale, non scende, non s’alza né s’abbassa, danza. La penna procede, una performance, e con la scrittura compie la sua orbita.

Lei è china sul foglio, uno, due, tre, prova. Tre, due, uno, lancio. E la scrittura ascende, in aria lievita, sul foglio è onda che viene e che va, statica all’occhio che si sofferma, alla mano che s’inceppa e soppesa l’attrito tra il monte di marte negativo, in collisione col monte della luna, e il foglio, sottile, così leggero che, calcando, la scrittura emerge sul dorso in rilievo, questo foglio, senza righe o quadretti, bianco cosicché lei possa scrivere anche storta, in diagonale, senza punti di riferimento, senza margini, solo i confini, taglienti, netti e ortogonali.

Quest’atto che assomiglia al seminare, a un camminare in prossimità dei fossi, e lei è curva come contadina, lo sforzo è del corpo intero, non solo della mano, è una pendenza del capo, del collo, è la piega che mette in risalto le balze della spina dorsale, il diaframma è schiacciato, si disegnano solchi profondi sul ventre e sull’addome, è un dolore che s’irradia dalla cerniera lombo-sacrale e risale lungo la schiena, segue la spirale delle costole e s’insinua sotto le scapole.

Quest’atto a cui si sottomette, ha compromesso per sempre la sua postura. Ha la pelle slavata e bianca di chi vive lontano dal sole, ma ha le ossa rotte come magüt e  manovale.

Quest’atto che a volte è solo ‘in potenza’, è silenzio studio o lettura, è resa ed attesa, è campo a riposo, a maggese, ci pascola sopra, tamburella i piedi e le dita, impaziente, una danza della pioggia o del sole. Questo foglio che è bianco, più bianco, l’abbacina. Questa distesa di neve compatta, neve, neve e neve ancora, viene, e sotto c’è il pane, lo sa, sebbene non l’abbia imparato abbastanza. Sotto la neve il pane, sotto la neve la primavera, sotto la neve una distesa addormentata di parole. Non deve far altro, lei, michelangiolesca, che attendere e domandare, domandare e aspettare: il foglio le parlerà.