Per lo più mangia a cena e a colazione, ma a lei tocca essere presente nell’inappetenza dei suoi pranzi.

Ci sono giorni in cui urla come un’aquila e quasi inizia a piangere, si toglie gli occhiali e mostra gli occhi celesti spurganti, fa cadere il tovagliolo e allontana con la punta tremante delle dita il piatto. Sa che non ci sono trucchi o lusinghe capaci di distoglierla dalla decisione presa, così riposa sul tavolo la forchetta pulita, la sistema fra coltello e cucchiaio, prende il cucchiaino e lo lascia scivolare nella tasca del grembiule, come se quella mezza porzione intatta nel piatto potesse essere somministrata in dosi piccole, senza far male.

Tagliare una fettina di carne a pezzetti o una mozzarella a cubetti è una dimostrazione della veridicità del paradosso di Zenone: il piatto da mezzo vuoto si riempie completamente, il piccolo diventa immenso, il finito infinito.

La mano che tiene sollevata la forchetta può correre veloce verso la sua bocca di tartaruga senza raggiungerla. A volte con le punte arrotondate la sfiora, ma la trova serrata in un’ostinata chiusura.

Questa vita invecchiata che procede lenta, stenta, percorre un metro, un decimetro, un centimetro, un millimetro, un decimo di millimetro. Quella vita giovane, che procede in fretta, si affanna, brucia le distanze, ha dieci metri di vantaggio, eppure non riesce a doppiarla.

Ci sono giorni in cui è più accondiscendente, si lascia imboccare piano e solo quando è stanca di masticare dice di essere piena. Difficilmente lei insiste, a volte scongiura per un ultimo boccone, a volte cede, semplicemente, perché conosce la mala voglia e la stanchezza di vivere.

Ci sono giorni in cui ride vedendola, ha l’occhio felice e insieme commosso. Si parlano accostando le labbra alle orecchie, si fanno promesse che non manterranno. La invita la domenica ad andare a casa sua, le farà assaggiare la torta paesana fatta in casa, una bella fetta di torta solo per te. È strano o forse solo compensativo che chi non mangia si adoperi perché gli altri mangino. ‘Mangialo tu che a me non va’, ‘Finiscilo tu che a me non va più giù’. ‘É tuo, io non posso nemmeno toccarlo, lo corromperei’, ‘Ho già diviso il mio pranzo in due parti uguali, una per te e una per me. Se non finisci la tua, io nemmeno posso iniziare la mia’.

‘Quel che non ammazza, ingrassa’ dicevano i suoi vecchi, raccogliendo dal pavimento un boccone sfuggito dal piatto. ‘Quel che resta nel piatto, ingrassa il gatto’.

E noi che non abbiamo né gatti né cani né galline lasciamo ammuffire il cibo, non rendiamo grazie a Dio e non pensiamo a quanti se ne porta via la fame, allontaniamo i piatti, nauseati o sazi solo di vista e d’olfatto, abbiamo già centoquattro anni, abbiam vissuto a lungo e ci bastan le briciole dei biscotti per tirare avanti.