Con l’erbazzone in una bustina bianca, confermandomi tenera a me stessa per questo premio gastronomico, torno paziente all’ostello dove posso accontentarmi di qualsiasi esito serale, tanto significativo è stato il diversivo di questa giornata. Sorpasso la cooperativa degli autisti, anche oggi seduti al ligneo tavolo del circolo e intenti al gioco delle carte; forse solo l’allungarsi delle giornate li strapperà alla vetrina sul corso e restituirà alle panche della piazza dei Teatri, ora vacanti per il troppo gelo della pietra. Arrivo quasi saltellando a via Guasco, la via che un’altra di quelle opinioni diffuse cui nego fiducia dice malfamata. Confusi e amplificati, i rumori di una partita di basket invadono la strada, provengono dalla moschea, una enorme palestra coperta, dove ogni tanto si prega, ogni tanto si gioca, ogni tanto, sospetto, si fanno scommesse. Su cosa poi, chissà. Tra me e me, in un impeto d’astio, auguro al sindaco di Sassuolo che ha fatto chiudere la moschea e il centro sociale del paese una serata angosciosa, senza l’affetto di nessuno.

Al citofono come sempre la risposta non è solerte e dunque insisto, e insisto ancora, trovando tuttavia insensata la fretta del rientro. Oppresso da una folata di putrido vento interno e contrario, il portone esita a schiudersi, e spingo, con rabbia. Si nutrono di poco le piccole nevrosi quotidiane.

Una disarticolata esclamazione onomatopeica tradisce la mia sorpresa nel trovare, di fronte alla sala mensa, un’insolita assemblea di ospiti e avventori occasionali, uniti in allegra brigata, il bicchiere alla mano. Fanno un chiasso spontaneo e gentile, il chiasso delle persone emiliane, che non è esagerato, ma forte. Perché chiasso è il suo nome, e non mormorio.

Il barese siede tra loro, sorride un sorriso bucherellato e vagamente argenteo, tiene in una mano la sigaretta – tra le dita, ma alla base, attaccata al palmo – e nell’altra un bicchiere lungo e sottile, colmo di liquido nero che, mi cascasse un occhio, deve essere Fernet. Neppure si volta a valutare la mia figura di femmina, come invece con l’indelicatezza di chi ha un po’ bevuto, fanno altri intorno al tavolo. Al mio sorpasso rapido di biscia, il signore barese emette un colpo netto di tosse catarrosa, a mo’ di punto esclamativo.

Trascorrono due, forse tre ore da quel momento, tra docce, pigiami e un alternarsi convulso di volumetti consunti. Poi vado in bagno, il mio bagno, che si apre con una chiave arrugginita, ma mai chiude, data la facilità di rimanervi intrappolati, il che mi spaventa forse più di ogni altra disperata ipotesi, qui alla Ghiara, dove non ce n’è per nessuno, tantomeno per me. Mentre sono intenta alla bizzarra constatazione della natura delle mie feci, neutra e inodore sin dall’arrivo a Reggio, sento un urlo poi più urla, poi numerose, e ne ho orrore. Penso alla moschea dove la partita di basket ha avuto termine, penso alla festa di san Prospero che vuole allegria e non urla di raccapriccio, penso alla via che dicono malfamata, ma che non lo è affatto. Poi penso al signore barese che sorride alla sua indigenza e alla sua esistenza recondita. Esco di corsa dal bagno e percorro il corridoio senza premurarmi di indossare una giacca, malgrado il gelo di fuori, scendo gli alti scalini di pietra veloce, ma non inciampo neppure una volta. Giunta nel chiostro vedo i due alberi secchi e innevati, così bianchi e drammatici, li vedo tacere e poi dirmi di no. In mezzo a loro giace il corpo del signore barese, è atterrato a pancia in giù, ma il suo volto è girato, indossa ancora il cappello di lana, mi sembra guardi il pesante portone d’ingresso, quasi a dire: ecco, l’uscita, dov’era.