Il giorno che segue a Reggio Emilia è gran festa: si celebra san Prospero, il protettore della città. Me lo figuro al centro di una icona profana, con una bottiglia di lambrusco, una forma di parmigiano e un rotolo di mortadella. Decido, sull’onda del buonumore festivo, di tornare rapidamente dal lavoro e fare un giro in centro. «Non si cammina, dalla gente», mi dicono, ma non ci credo, come non credo a quelle informazioni che ogni tanto ricevo per strada e che dicono lontani luoghi raggiungibili in appena dieci minuti di sgambettata vigorosa. Sono così, gli abitanti delle piccole città, non ci si può fidare.

Dunque esco e annuisco con gaiezza al tripudio di banchi, bancarelle e banchetti, dove tutto, ma proprio tutto, è un invito alla degustazione e all’acquisto. Dimentichi di ogni rammarico, i reggiani sorridono al santo che li tira fuori dal caldo delle case e passeggiano ben volentieri salutandosi gli uni allo scorgere degli altri, con strette di mano convinte e garbati cenni del capo. Sebbene tanta civica cordialità sia faticosa per me che cammino così sola e gelata, mi lascio ammaliare dalla simpatia di questo evento popolare, che forse ha poco di spirituale e molto di commerciale, ma cosa importa. Mi soffermo a valutare i barattoli di miele, le sciarpe, i bignè, con interesse, quasi dovessi acquistarne ma fossi incerta del loro pregio, quasi dovessi scriverne in una guida per intenditori. Mentre la verità è che sto volontariamente perdendo tempo, per ridurre la durata dell’appisolamento passivo che sera dopo sera mi inchioda alla ferrea branda in lettura intensiva. Dietro l’indubbio valore delle ore postcrepuscolari che così trascorro si cela, in fondo, tutto l’abbrutimento di questa mia cattività emiliana.

L’intera via Emilia è chiassosamente mascherata da quest’evento strano e antico, del santo patrono, (rimugino possibili giochi di parole: santo patrono, padre padrone, prêt-à-porter, pot-pourri) che un po’ mi impressiona. Con repentino sbalzo umorale, mi dirigo a passo gagliardo nel luogo di Reggio che più amo, piazza Fontanesi. Della piazzetta raccolta e curata in un’intimità di pietra e piccioni la Fontanesi non ha proprio nulla: si estende oblunga e pazza, tra intrecci di alberi e panchine associative disposte a mucchietti qui e lì. Tocco di genio di chi ne ha progettato la conformazione è il susseguirsi di cerchi di uguale misura, che sporgono metallici dal pavimento compatto e pedonale. Sono le basi di secchi e alti pioppi, così vicini tra loro, a recitare il bosco in città. Qui, come speravo, la festa è giunta, ma sottovoce, perché a piazza Fontanesi non si fanno tante smorfie.