La Ghiara 2

Al ritorno dalla giornata di segregazione nell’ufficio, confinato per ragioni di prestigio geografico-urbanistico, in una zona industriale di rara desolazione, sorrido a Balù, la madre di Zizou, che attende furba il mio rientro, con la speranza che da uno dei piatti pronti che trascino con stanchezza e malumore nella sporta del supermercato almeno un poco vada al suo appetito animale. E nuovamente mi imbatto nella figura del signore con lo zuccotto, che parla al telefono, di profilo, in fondo al lungo e largo corridoio di questo ex convento che sembra un ex carcere. La voce rimbomba forte, ma per la parlata che ne è alla radice, bombobobobombombo è tutto ciò che sento. Mentre inserisco la chiave nella toppa della mia sestupla stanza dove ad attendermi sono l’umidità del sacco a pelo e la pila scomposta di libri e riviste, ho un’amara intuizione di pianto, dietro la mano callosa che regge una MS spenta.

Consumo il pasto come per dovere, ormai priva anche del religioso piacere del cibo, per la troppa tosse che questa umidità padana mi ha diffuso tra l’uno e l’altro polmone, nel passaggio dall’ostello alla fermata dell’autobus, dalla fermata dell’autobus all’ufficio e lungo quelle passeggiate di sfogo che mi sbandano a casaccio nei vichi del centro. Accompagno la cena con un biscotto, sempre per dovere, questa volta non del nutrimento, ma della golosità, che è sintomo di vita pulsante e di magnanimità secondo l’unico principio fondante della mia bislacca idea di vita. Mi affaccio poco fuori la porta per offrire l’ultima nauseabonda polpetta alla gatta famelica, che è proprio lì dove pensavo di trovarla mentre estraevo dall’involucro la carne avanzata.

C’è ancora il signore barese giù in fondo, non sta più parlando al telefono, fuma la sigaretta sporgendosi dalla finestra perché fumare all’interno dell’ostello è vietato. È la prima volta che sorprendo qualcuno infrangere questa regola e provo dispiacere perché qui alla Ghiara la situazione è quella che è, ma mi sembrava vi aleggiasse una generica disciplina comunitaria, che ora vedo calpestata, da un sottilissimo soffio di fumo. Il signore barese lancia il mozzicone di sotto e si incammina verso la parte opposta del corridoio. Quando è all’altezza del mio uscio, dove io sto acquattata ad attendere che Balù termini la sua cena per poter buttare la ciotolina di plastica, mi dice: «Scusa la puzza».

Quando sono sola nel sacco a pelo e sento la freddezza della stoffa sciupare tutto il tepore del mio pigiama di pile, indulgo scontenta a una certa pena di me stessa e finisco, secondo strani ghirigori immaginativi, col pensare al signore barese. Immagino nel dettaglio la sua stanza, uguale alla mia, e mi domando se la condivida con qualcuno, poiché qui alla Ghiara, come ho notato sin dal primissimo giorno, si vive a coppie. Ci sono i due gatti, ci sono i due gestori, ci sono quel signore anziano dalle scarpe pagliaccesche e quello che presumo sia suo figlio, con le loro due stravaganti e dissimili sembianze, una di sudamericano, il padre, e una di indiano d’America, il figlio.

Le uniche  monadi siamo il signore barese ed io, nulla sarebbe più logico di un nostro sodalizio abitativo, ma la sola idea mi provoca più angoscia che divertimento. Per quanto cerchi di disfarmene, però, non riesco ad arginare il pensiero di questa convivenza, vedo un interno simile a quello di Natale in casa Cupiello, e il signore barese tornare dal porto di Bari con del pesce azzurro, il più povero, perché io lo frigga in un pentolaccio. E piango, mi commuovo, non la voglio questa miseria condivisa, ne ho terrore. Così, inspiegabilmente, mi assopisco.

 

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1 commento

  1. francè

    Sad ma mi piace un sacco