A Bremke c’era una serie di conferenze di scambio fra Bologna e Gottinga. I professori avevano organizzato tutto, e i ragazzi stavano arrivando alla spicciolata. Ci conoscevamo oramai tutti, eravamo un gruppo solido, unito. Tutti quei ragazzi hanno fatto carriere meravigliose, tutti hanno saputo cogliere le occasioni che quegli anni, quelli dell’Europa unita e costruttiva, offrivano loro.

Ci sono Giudici di sei Paesi, fra loro. Ci rivediamo ancora, a Bremke, una volta all’anno. Le conferenze non sono più di argomento giuridico, almeno non solo. Ognuno parla di sé. Quella era la prima volta che ci si trovava. Giulia presenta un lavoro sul Recurso de Amparo, l’idea era quella di mettere a frutto la sua esperienza spagnola. Credo di aver sentito ridere poche volte come durante il suo speech. Era seria e buffa e impantanata in formalismi che detestava. Non riuscivo a capire quanto le costasse quello sforzo, e non mi ero accorto di quanto il periodo in Germania avesse liberato la sua creatività. Ma in un istante mi accorsi che sentiva stretti quei panni, che quel ruolo non le apparteneva più, che lo faceva per compiacere il Prof, che in effetti la guardava soddisfatto, felice di rivederla, dopo tanto tempo. Alla fine della giornata di lavoro, la vidi infilare la porta della villa. Più risoluta del solito. Era passato il tramonto, stava facendo scuro. Prese per il bosco, un po’ più avanti della casa.

– Giulia! Aspetta, t’accompagno!

– Martino, lasciami in pace.

– È buio, non fare cazzate. Che ti prende?

– Rientra, Martino. Piglia il tuo spumantino e non rompermi le palle.

– Giulia, che succede?

– Vaffanculo, Martino.

Dritta come se non sapesse fare altro, s’infilò nel bosco. La seguii per un po’, finché non riuscii a vedere più nulla. La chiamai, col solo risultato di zittire gli animali e di trovarmi al centro di un silenzio irreale, in cui sentivo solo i miei passi e il frusciare dei rami che scuotevo passando.

Alla villa c’era la pausa prima di cena, e per tutti era normale perdersi di vista. Per due ore, si riposava in stanza prima della cena ufficiale. Per due ore percorsi il bosco, per due ore chiamai Giulia, per due ore mi chiesi cosa accidenti l’avesse turbata al punto da farla scappare. Si stava chiamando fuori, questo stava accadendo. Si era sentita sbagliata, fuori posto, minacciata dai suoi stessi errori. Non aveva nemmeno bisogno di dirmelo. Era evidente. Aveva preso la sua decisione, e al momento stava cercando di andare più veloce dei suoi pensieri, per capirci qualcosa. Era diventata facile, da capire. Era leggibile, Giulia. La faccia di un animale braccato, il comportamento di una che sa stare al suo posto. Cercava il suo prossimo sé, non riuscendo a liberarsi di quello attuale. Si considerava superata e morta, ma non era mai capace di dirsi. Come si fa a dire che non si vuole più giocare nel campionato che si sta vincendo? Come si fa a chiamarsi fuori dal proprio mondo? Era buio pesto. Era un freddo cane. Era veramente una stronza. Alla birreria del paese chiamai la polizia, andava stanata. Arrivò un’auto, il poliziotto era un mio compagno di corso del primo anno. Gli chiesi di accendere la sirena. Lo fece. Giulia uscì in un attimo, fingendosi stupita, neanche capitasse di lì per caso.

– Che c’è Martino?

– C’è che sei stronza, Giulia.

– E quindi?

– E quindi se non mi cammini di fianco e mi dici che cosa cazzo ti è preso, giuro che ti strozzo.

– Non farò l’avvocato, Martino.

– Buono a sapersi. Quindi?

– Voglio scrivere, Martino.

– Non si campa di scrittura, Giulia. Non in Italia.

– Questo lo dici tu.

– Giulia, mi hai spaventato a morte. Stai facendo i capricci.

– Ho fatto una passeggiata, Martino. Come miliardi di altre volte.

– Ti ho chiamata, ti ho chiesto di fermarti…

– Ti ho risposto di no.

– Andiamo a cambiarci, fra poco si cena.

– Non potremmo prendere una stanza alla birreria?

– Potremmo, sì.

Cominciò così con Giulia.

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