Veniva giù la prima neve di novembre. Era un freddo assassino. Era diventato impossibile seguire la pista ciclabile fino alla biblioteca. Io non pensavo a nulla, quasi non preparavo le lezioni.

Scrivevo di teatro, quando dovevo scrivere di diritto. Scrivevo di diritto quando dovevo scrivere di teatro. Mio padre mi lasciava in pace, mia madre era orgogliosa del suo figlio Professore, il Preside era felice del ragazzo prodigio. Era tutto sotto controllo. Entrai in aula, gli studenti erano già seduti nell’emiciclo. Nella zona Erasmus, c’erano due posti vuoti. Mi avvicinai alla cattedra, appesi sciarpa e cappotto di fianco alla lavagna, feci per sedermi. Si aprì la porta. Uno spilungone biondo in camicia a scacchi e una figurina scura e trafelata presero posto nella zona Erasmus. Il biondo rideva, la figurina scura correva china, quasi appallottolata. Sedettero veloci.

Lui aveva un sorriso largo, mi salutò in fiammingo.

Lei era Giulia.

Era la solita Giulia, ma era anche un’altra Giulia. Era chiacchierina, come non lo era mai stata con me, era ridanciana e piena di vita. Aveva sempre qualcosa da fare, qualcuno da vedere. Passava le giornate scrivendo, osservando il traffico e i prati dalle vetrate della biblioteca. Scrisse tre tesine in venti giorni, la portai a ogni cena alla quale acconsentì di venire, vidi più film con lei in quindici giorni che in un anno passato da solo, persi due paia di guanti perché me li rubò dopo aver smarrito i suoi, mi feci fotografare col suo berretto di lana fucsia, e poi le chiesi di venire con me a Londra, dove andavo per una conferenza. Lo feci senza pensarci, sperando che le andasse, volendo restare a parlare con lei in ogni istante libero. Venne, mi ascoltò dalla prima fila dell’aula alla LSE, mi accompagnò ai dinner nei diversi circoli universitari. Aveva una stanza sul mio stesso piano, ogni sera le spiavo le mani, e gli occhi, mentre salivamo in ascensore per andare a riposare. Ogni sera mi chiedevo se mi avrebbe guardato, se si sarebbe girata verso di me, entrando nella sua stanza. Pensavo che avrei saputo distinguere un invito, un diniego, l’indifferenza.

Cercavo di capirla, cercavo di distinguere quello che in lei stessa le piaceva e quello che la infastidiva. Oramai ero preparato ai suoi cambi d’umore, alle sue lune e alle sue fughe. Nel suo lavoro di ricerca si limitava alla passione, la sua e quella che era capace di suscitare negli altri.

Sceglieva argomenti molto strani per le conferenze periodiche. C’era sempre un contrasto. C’era sempre un aspetto luminoso, e uno oscuro. C’era lei. C’era il mondo dal quale veniva, una solida famiglia romagnola, di tradizioni colte e ben piantate, una famiglia che non doveva essere stata felice. C’era l’episodio della morte di suo padre, al quale dava del cretino a distanza di anni, come se lo ritenesse colpevole di un allontanamento deliberato.

Oramai la guardavo senza nascondermi.

Nei lunghi viaggi in treno lei leggeva libri e io leggevo lei. In auto, lei cantava e io ascoltavo il suono della sua voce, evidentemente educata al canto, e le chiedevo di suo padre. Sapevo quello che sapevano tutti, ma cercavo di sentirla oltre, come faceva lei. Applicavo a Giulia il metodo di Giulia, e la vedevo fragile e finissima, come un filo di acciaio. Luminosa e vibrante, sempre capace di commuoversi, sempre pronta a scappare. Avevo scoperto che partiva spesso da sola, senza una meta precisa. Pubblicava sotto falso nome da anni, e la cosa me la faceva invidiare. Dove trovava il tempo? Dove trovava il cuore?

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