Con l’approssimarsi della partenza, i ragazzi mi organizzarono una cena di saluto, a Villa Guastavillani. Salimmo sui colli in motorino, carichi di pentole e cassette di vino. Con le luci del parco accese, cenammo per terra, sull’erba, nella più classica delle serate bolognesi. Giulia si era tolta i sandali, camminava scalza verso il bordo della collina. C’era una panchina, bianca, lattea nella luce lunare. I ragazzi cantavano, qualcuno suonava la chitarra. Mi alzai per raggiungerla, ma non riuscivo più a vederla. La chitarra era un suono lontano, nel buio, la sua voce calda, seguiva la musica a distanza.

Non riuscivo a capire se ero preso da lei, da quel suo modo di essere una presenza fissa, importante, ma silenziosa o da quello che mi dicevano di lei tutti quelli ai quali andavo chiedendo informazioni. Non l’avevo mai vista senza uno zaino di libri in spalla. Leggeva, leggeva tantissimo. Aveva un paio di occhiali di metallo dorato, rotondi, che le davano un’aria buffa che sembrava compiacerla.

Era capace di farmi ridere come nessuno, ma era evidentemente lunatica e certi giorni, quando arrivava a lezione, evitava chiunque, come se le persone le stessero, in fondo, parecchio antipatiche.

Quando capitava che ci sedessimo vicini, in quei brevi giorni prima della mia partenza, osservavo le sue mani, mentre non mi vedeva. Mani piccole, con le dita lunghe, ferme sul tavolo. Quando scriveva, la matita stretta fra le dita, le contavo le vene. A pensarci oggi, vent’anni dopo, mi appare evidente che fu amore a prima vista, per me. Mi bastò vederla arrivare in abito da sera su una vecchia Bianchi coi freni a bacchetta, per rimetterci il cuore. Ma sono certo che per lei non fu così, perché Giulia ha sempre avuto quel suo modo strano di scommettere il cuore, di giocare il tutto per tutto, su tutti i tavoli, contemporaneamente.

– Vieni, Martino.

– Non volevo disturbarti, ma volevo riuscire a salutarti, prima di partire.

– Anche io. È per domani alle 8, no?

– Non pensavo t’interessasse. Mi sei sembrata molto impegnata ad evitarmi, pensavo d’averti offesa in qualche modo…

– È che sto pensando, tutto qui.

– E quando pensi ringhi?

– Quando penso penso e basta. Ho bisogno delle mie stanze e delle mie parole.

– Sei sempre in bilico fra il mondo e il vuoto.

– Cioè?

– A volte ho l’impressione che potresti liberarti di tutti noi, semplicemente spargendo napalm. Hai l’espressione di una infastidita, che non sopporta di non essere l’unica persona al mondo. Ma poi fai lezione sulle masse di persone, chiamando ciascuno per nome, dando importanza ad ogni singolo dettaglio. Sto a guardarti, indeciso fra l’urlarti contro e il prenderti la mano.

Restammo in silenzio, a guardare giù, dove Bologna era una linea di luci discontinue, mentre alle nostre spalle la musica continuava e, ogni tanto, coppie di ragazzi ci oltrepassavano e scendevano un pochino la collina, a sdraiarsi nel buio.

La sentivo respirare, osservavo il leggero alzarsi ed abbassarsi del suo torace, le linea scura della sua testa rasata.

Silenzio. Grilli. Cicale. Musica. Luci sotto. Bologna.

*

Adesso invece era finito ottobre, io ero a Gottinga e a Giulia cercavo di non pensare.

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