I viali profumavano dei tigli in fiore. La sera faceva buio un po’ più tardi, nelle telefonate con mia sorella le domande sulla spedizione delle mie cose diventavano sempre più pressanti. Avevo radunato nove casse di libri, e ogni giorno la pila di quelli che avrei dovuto impacchettare cresceva di qualche pezzo. Il Professore mi aveva segnalato al Rettore per la traduzione di un nuovo Codice, e mi aveva fatto avere una Borsa di Studio dal Collegio Spagnolo. Sarei rientrato a Gottinga nel giro di qualche settimana, e la cosa mi faceva già male. Uscivo tutte le sere, tutte le sere finivo sui gradini di San Petronio, un posto dove mi sentivo compreso. Ero un uomo non completo, seduto sui gradini di una cattedrale non finita.

Al collegio Spagnolo ci sarebbe stata una cena, una cerimonia formale per la consegna delle Borse di Studio. Il Prof e i ragazzi della cattedra ci sarebbero stati tutti, molti di loro avevano concorso e vinto, come me. Quell’uomo era capace di raccogliere intorno a sé il meglio dei cervelli che passavano per le sue lezioni. C’era una decina di ragazzi giovanissimi, matricole. Erano tutti già avviati verso carriere specialistiche, davano il doppio degli esami, presentando tesi di comparazione a ogni sessione. Non erano secchioni, erano appassionati idealisti, studenti con la vocazione per l’erudizione. Da quando conoscevo i ragazzi del Prof, Bologna mi sembrava un porto di mare, un luogo in cui c’era sempre qualcuno da raccattare in stazione, all’aerostazione, alla stazione delle corriere.

Fu Andrea a presentarmi Giulia, a chiedermi di farle da cavaliere per la cena al Collegio Spagnolo. Mi disse che Giulia era la più giovane di loro, che il Prof l’aveva avvicinata a lezione. Sembrava sapere tutto di Olocausti, di sospensione dei diritti e di stragi militari. Il Prof ne fu colpito, e cominciò a invitarla nel gruppo di studenti coi quali discuteva dopo le lezioni. Questa ragazza prendeva forma nei racconti dei suoi amici come uno strano animale mitologico. Giulia da ritirare in stazione, Giulia e le cene sul tappeto di casa sua, Giulia e le fughe al mare. La chiamai, per passarla a prendere per la serata al Collegio di Spagna. Una voce bambina, leggera, mi disse che volentieri sarebbe venuta in bicicletta, che potevo aspettarla alla Mercanzia.

In piazza della mercanzia c’era l’insegna di un ristorante alla moda, con un grosso pappagallo verde che s’accendeva e s’illuminava. C’era un bar che offriva vino a poco, e una piccola folla si radunava tutte le sere sui gradini davanti alla chiesa. Erano quasi le otto, quando la vidi arrivare. Un abito rosso tagliato a tunica, con uno spacco sulla gamba sinistra, a lasciar vedere gambe abbronzate. Un paio di sandali quasi inconsistenti, di cuoio invecchiato, piatti. Un topazio al medio della mano sinistra, la testa rasata e gli occhi più grandi che avessi mai visto. Giulia.

– Hai una tasca per i miei occhiali? Avevo solo borse di paglia, e adesso non so dove metterli…

– Sicuro, dai qui…

– Grazie, Martino. Andiamo?

Giulia era tutto quello che mi avevano raccontato di lei, ma più complesso. Giulia era in perenne fuga, in cerca di qualcosa che nemmeno lei sapeva bene cosa fosse, e allora andava per esclusione. Il lunedì mattina, in mezzo alla nebbia che inghiottiva l’ex macello, Giulia appariva all’ultimo minuto, tanto si sarebbe seduta per terra, davanti alla cattedra dalla quale Galgano arringava la folla.

Passavo il mio tempo ad aspettarla, a cercarla, a decidere cosa dirle. Avrei potuto essere il biografo di Giulia, se non avessi avuto, piuttosto, il ruolo dell’entomologo. Osservavo e classificavo, osservavo e archiviavo, osservavo e annotavo ogni suo gesto, incapace di avvicinarmi, perché non dava modo di avvicinarla. Dava l’impressione di voler scegliere sempre lei, si avvicinava un attimo, interessata alle mie ricerche, ma era pronta ad allontanarsi, quando io cercavo di avvicinarmi a lei.

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