Ci vuole un visto per andare dove sto andando. Dei soldi, la prospettiva di un lavoro: cose che ho cercato così a lungo, che mi è difficile perfino ricordare per quanto. Ho passato mesi a dibattermi tra il desiderio di partire e la consapevolezza di non poterlo fare; ore a immaginare di comprare un biglietto, riempire una valigia e imbarcarmi senza pensarci due volte – per cosa, poi? Per picchiare la testa contro il soffitto troppo basso della realtà e della fobia degli aerei. Insomma, sì, per nulla.

Una si aspetterebbe di maturare, dopo tanta fatica, ma le certezze sono sempre le stesse oggi come allora: la sensazione scomoda di aver investito mesi in qualcosa per cui mai mi sarei sentita pronta, e di non esserlo neppure a una manciata di minuti dal momento cruciale.

Mentirei se dicessi che non è stata dura. Anche oggi, seduta qui col biglietto in mano e le lacrime agli occhi, sento che questa è la cosa più difficile che abbia fatto in vita mia.

Non ho mai visto nessuno piangere in aeroporto: a quanto ne so, potrei essere l’unica ad averlo mai fatto. Seduta accanto a me c’è una bambina, e perfino lei pare più serena di me. Dietro le palpebre socchiuse ci sono due occhi stanchi. Occhi a fessura, come quelli di un gatto che guarda il sole. Occhi di chi muore di sonno e le sta provando tutte per non cedere. Occhi scuri, puntati dritti su di me.

Ricambio lo sguardo, in attesa che scoppi a ridere di me e delle mie lacrime, ma non succede nulla.

Perché piangi?, mi chiede.

Oh, ci sarebbero talmente tante cose da dire.

Piango perché sono stanca, perché sono qui da ore e assieme alla voglia di restare ho abbandonato anche la speranza di partire. Perché ho bisogno di parlare con qualcuno. Perché sono nervosa, perché non so cosa mi aspetta, perché ho fame. Perché d’improvviso tutto mi sembra così maledettamente sbagliato, senza rimedio, e la sola idea di muovere un passo in avanti, o perfino uno indietro, mi terrorizza. Ecco cosa dovrei dirle. Ma non posso, è chiaro. Così non dico nulla.

Resto in silenzio per un po’, abbastanza a lungo da scoraggiare chiunque altro. Ma quando alzo di nuovo la testa lei è ancora lì, con la stessa curiosità vorace negli occhi.

Piangi perché hai paura?

Dalle mie labbra esce un inequivocabile sì. Quanto è sbagliato ammettere che sei spaventata davanti a una bambina?

Ma non devi, continua lei. Lo dice anche mia mamma, e lei ha paura di tutto. Anche dei tuoni, e dei cani.

Anche dei cani, ripeto io a bassa voce.

Certo, i cani. Qualunque cosa c’entrino, i cani. Ho appena confessato a una bambina che ho paura: ora sì che sono fiera di me stessa.

Una parte di me spera che vada via, ma vorrei anche che restasse. Nonostante la vergogna che provo, la sua voce mi ha fatto bene come nient’altro nelle ultime nove o dieci ore.

Mi guardo intorno: nessuno che la stia cercando, pare. Dov’è sua madre, quella che ha paura dei cani? O suo padre, dov’è suo padre, dov’è il suo Non Dare Confidenza Agli Sconosciuti? Mio malgrado provo un po’ di tristezza anche per lei.

Io sono Emily, le dico. E tu?

Sophie.

Sophie, e poi? Che altro posso dire? Dovrei chiederle se si è persa? Ma no, certo che no, suona davvero odioso. E poi ho quest’impressione, quasi una certezza, che lei sappia benissimo dov’è diretta. Di sicuro meglio di quanto lo so io.