Quando Thomas è partito era mattina; è arrivato la notte del giorno prima.

Io, che non ho mai volato a lungo, lo trovavo strano: non riuscivo a immaginare che non avremmo più condiviso nemmeno lo scorrere del tempo. Credevo ci sarebbero voluti secoli per far combaciare le nostre due dimensioni; ora, invece, so che non è impossibile.

La mattina, ad esempio, la sveglia del mio cellulare mi avverte che sono le sette e mezza. E io so che è vero, anche se l’orologio sul comodino dice che è quasi notte fonda.

È solo un periodo di prova, aveva detto. Non credo di esserne all’altezza.

Di solito quella che si sottovaluta sono io. Quella insicura, bisognosa, dipendente. Così gli avevo creduto.

Era venuto a casa mia prima che tornassi dal lavoro. Aveva aspettato in salotto, mentre mia madre gli si affaccendava intorno.

Rimani a cena, caro, non so come fai a mangiare sempre da solo…

Quella sera nei suoi occhi c’era una luce che non avevo mai visto: credo pensasse che Thomas mi avrebbe chiesto di sposarlo.

Forse immaginava una cena romantica in un posto di classe. Un cameriere che si complimentava per quanto fossimo una bella coppia, un’orchestra che suonava la nostra canzone. No, non credo sapesse cosa mi aspettava.

In realtà non c’è una nostra canzone, e non potremmo permetterci il ristorante: la sera in cui mia madre si aspettava che tornassi con un brillante al dito eravamo andati al solito pub.

Sedevamo a un tavolo d’angolo; in fondo alla sala, pressoché inosservato, un gruppo suonava cover dei Beatles. Ricordo pure cos’ho ordinato: pollo, patate, una birra media. Diavolo, che importanza ha? L’avevamo fatto altre volte, sembrava tutto normale. Ma non lo era, fin dall’inizio, perché Thomas non era mai venuto a casa mia mentre non c’ero.

Non aveva mai lasciato passare ore intere prima di darmi una buona notizia; soprattutto, non me ne aveva mai date con quell’aria imbarazzata.

– Sai, ho avuto… una promozione.

– Ma è fantastico! Quanto pensavi di aspettare a dirmelo?

– Sai, non sono sicuro di voler…

– Di voler accettare? Ma sei matto? È una notizia splendida, te lo meriti. Sono davvero felice per te.

– Dici sul serio?

Scuoteva la testa, sconsolato. Abbassava gli occhi, ogni tanto, come se non riuscisse a reggere il mio sguardo. Non capivo.

– Emily, è difficile. Non ti piacerà.

– Non puoi saperlo, se non me lo spieghi.

– Mi hanno proposto di diventare… ecco. Corrispondente estero.

Tra noi era calato un silenzio lungo e pesante, rotto soltanto dalla musica e dal brusio della gente. Di solito, se la musica ci fosse piaciuta, saremmo rimasti seduti fino alla fine a bere birra e chiacchierare; quella sera, però, sembrava che la cosa più urgente fosse per entrambi uscire, fuggire via.

Avevamo camminato per circa un’ora. A volte mi staccavo di qualche passo, senza voltarmi: temevo che, se avessi girato la testa, non avrei più trovato nessuno dietro di me.

È stato allora che ho cominciato a dubitare di Thomas: non l’avevo mai fatto, prima. Ma lui, con ammirevole costanza, si prestava al mio gioco meschino. Mi raggiungeva, per poi superarmi col passo fiero di chi non si preoccupa di camminare da solo. Ed io acceleravo, recuperavo terreno, dosavo il respiro per nascondere il fiatone.

Ci siamo persi e ritrovati un milione di volte, quella sera; la tentazione di restare indietro era forte, ma sapevo che non avrei sprecato un solo secondo. Avevamo dei sogni, dei progetti; mi chiedo cosa ne sia rimasto.

Tento di aggirare gli ostacoli, ma è un campo minato, e mi ritrovo accerchiata.

Parto dall’amore e arrivo alla nostalgia, parto dal rispetto e arrivo alle incomprensioni. Alle liti al telefono, alla frustrazione.

Ecco come siamo arrivati a questo. A me che piango all’aeroporto, a lui che non lo sa.

A lui che continua ad aspettare, a me che spero non smetta proprio ora.