C’è chi non sopporta di trovarsi in mezzo alla folla e chi impazzisce alla vista di un ragno; io ho paura di volare, e guardatemi, ora.

Ho passato tre ore in quest’aeroporto, in attesa di un volo in perenne ritardo. Continuo a chiedermi se arriverò mai al mio posto accanto al finestrino, figuriamoci sulla Costa Est. Non ho nulla, in questo istante, a parte un biglietto per attraversare l’oceano e qualcuno che mi aspetta dall’altra parte.

Dalla sua voce al telefono capisco che sta perdendo la pazienza. Aspetta da un anno e mezzo; io, nel frattempo, non ho fatto che pensare.

Sopportare la distanza, fare i conti con l’idea di lasciare tutto ciò che conosco e mettermi in volo. Lotta o fuga, dolore o paura; ogni minuto, ogni secondo, finché mi è mancata la forza di resistere alla voce che mi martellava in testa forza, fai i bagagli e vai.

Lui non sa che sono qui. Dirglielo avrebbe reso tutto più facile, ma il mio orgoglio sopito a fatica si è ridestato un secondo prima di dargli la notizia.

Non mi riconosco, non sono più io. Non quella di una volta, almeno: quella non perdeva mai la testa, o il controllo. Non avrebbe mai prenotato il biglietto, mai pensato di lasciare quel suo mondo così piccolo e rassicurante. Ma quella persona sembra ormai sparita, sopraffatta da quel che mi ha portato qui, qualunque cosa sia.

Come se non lo sapessi, avanti. È solo che non riesco a pronunciarne il nome.

Sono seduta al terminal. Miss Comunicazione di Servizio dice che il mio volo avrà altri quaranta minuti di ritardo, e mentre cerco di impormi di mantenere la calma sento lo stomaco stringersi in un implacabile nodo.

Non c’è altro che possa fare, tranne stare qui e pregare per una distrazione.

Mi guardo intorno, osservo gli altri passeggeri in placida attesa. Le mie dita tamburellano nervosamente sul bracciolo della poltroncina: un modo talmente inutile di ingannare il tempo, che dopo pochi secondi sono di nuovo annoiata. Mi abbandono contro lo schienale, chiudo gli occhi, mi faccio sorda e cieca.

I minuti che passano hanno la consistenza di lunghe, insopportabili ore. E poi la distrazione arriva, annunciata da un suono vagamente familiare.

Uno squillo, due. Tre. Al quarto, finalmente, capisco che è il mio cellulare.

L’orologio alla parete segna l’una e ventiquattro di notte. Rispondo senza nemmeno un’occhiata allo schermo; inutile, so già chi è.

– Ehi, cosa c’è?

– Nulla, volevo sentire la tua voce.

– Come no. Sai che ora è?

– Certo. Ma so anche che non ti addormenti mai così presto, anche se probabilmente sei già a letto, con due cuscini dietro la schiena perché uno non è abbastanza morbido. Credo che tu stia lavorando al computer, scrivi come una furia per un minuto o due e poi resti lì a fissare lo schermo e morderti le labbra per i successivi dieci. E so che non fai che ripeterti “cristo, questa roba fa proprio schifo”, ma non sei convincente, sappilo.

– Sai tutto, eh?

– Naturale. Ti vedo così bene che è come se fossi seduto lì con te.

L’accenno alla mia patetica routine notturna mi strappa un sorriso tirato e amaro. Intanto, all’angolo del mio occhio destro si forma una lacrima che spezza l’equilibrio della mia calma apparente.

– Thomas. Mi manchi da morire.

– Ehi. È tutto a posto?

– Io… perché me lo chiedi?

– Perché non me l’hai mai detto, bisbiglia. Cosa posso dire?

– Ascolta, devo andare. Faccio tardi al lavoro. Ti richiamo presto, promesso. Tieni duro, va bene?

Riattacca prima che io trovi la forza di elaborare una risposta.

Affondo il viso tra le mani, sconfitta. Non riesco a sentire nulla, a parte gli occhi che si inumidiscono sempre più.

Come abbiamo potuto arrivare a questo, come?