Di aver sognato son certa. Una mano a nascondere il volto, lotto col primo raggio di sole scavando nel pozzo.

Era acqua, nuotavo, una musica sfiora l’orecchio, non riesco a cantarla.

Poi erba, seguivo qualcuno, qualcuno scappava la quercia, più in fondo mi spingi più forte?

Vuota, l’altalena, ondeggia ancora. Vista di giorno, non è che un fantasma.

Ancora sul piatto la puntina a grattare il vinile, preparo il caffè non la fermo.

Liquido amaro, uno sguardo al sereno.

Un suono, squillante, forse un secondo, che sia il suono del sogno?

Lo prendo, il pane tostato veloce lo spalmo e lo addento. Odora d’infanzia, null’altro.

Bianca la tazza, il bordo sottile, vi appoggio le labbra sorseggio. Il gatto rosso si volta, mi scruta suadente e avanza, felpato una zampa, poi l’altra, dritta la coda si struscia.

Il computer lo accendo, ipnotizzo gli occhi allo schermo.

Una nota, un sussurro, lo scovo in fondo alla gola canticchio, un piede si muove, al tempo del brano o a quello del cuore e batte,

ribatte,

un colpo,

di slancio,

un tuffo.

La mano fremente clicco o non clicco. Le palpebre chiuse all’istante. Le dita le incrocio nel buio del corpo.

Un tocco, un petalo un altro, doppio, due petali, cadono.

La immagino lì, davanti allo specchio mori i capelli e lunghi, più lunghi un filo lo seguo, percorro il sogno ancora un secondo, la mano quasi di slancio un tocco la guancia, chiamarla?

Ricordo era estate. Vie assolate, piedi nudi in ciabatte scollate la spalla, scoperta, io la guardavo e fuggivo, con lo sguardo scappavo, fremevo rossa tremavo e il palo, sottile, in mezzo alla strada a raccogliere i fili, tutti, da tutte le case e in mano un gomitolo, rosso, stretto le dita sudate, eppure appagate, ricordo che lo srotolavo, piano, lo srotolavo, ancora più piano, lei che parlava e il rosso fluiva, sui ciottoli il sangue si spande, scorre il mio dai polsi all’asfalto, il suo, caldo, bollente, è un fiume, un lago una pozza profonda, vi ondeggiano volti fantasma, forse a cavallo un turbante, poi una fessura, sottile e oltre due occhi, scuri, blu scuro più scuri del cielo e in fondo le stelle, ne spegniamo qualcuna?

I passi affamati, di corsa e poi la collina, l’erba bagnata rugiada leggera era gioia, nient’altro, di questo son certa.

D’un tratto dall’alto – non voltarti Amica o l’ombra sparisce – la sagoma in fondo – non mi volto, tranquilla – i bordi affilati, si staglia – non mi volto o ti perdo – la chiesa nel buio a sfrondare la notte – dammi la mano corriamo – e poi giù, a perdifiato per la discesa fino a cadere, nell’erba, ancora nell’erba nuotare, veloci nell’erba

veloce la mano, di scatto, sulla tastiera, clicco e la chiamo. Risponde in un lampo, mi stava aspettando?

– Mi vedi?

Sullo schermo un secondo, tra il nero e il suo volto, quel verde brillante, nascoste nel folto del bosco una voce, di corsa – mi vedi? – i nasi a sfiorarsi, il vuoto di un attimo e giù – non fermiamoci più.