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Soltanto Le Antilopi Non Conoscono Intemperie: Giorno secondo

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Pedalo, il freddo mozza il respiro, ferisce la gola, la stringe.

Morsi caldi, altri, sul collo. Affiorano piano, un odore sottile da sotto la sciarpa, un tocco leggero ed è notte, fuori forse le stelle. Ci troverà ancora svegli l’alba del mondo?

Rido. Ho sognato di nuovo. Di più, solletico in fondo alla pancia. La pelle freme, un secondo, brivido un attimo è fuoco, soltanto un secondo e

verde,

proseguo, il ritmo è veloce, ostinato,

quest’oggi (anche oggi) ci sono.

Arrivo sul ponte, la testa la volto

e là i binari, infiniti,

a solcar l’orizzonte dritti e infiniti.

Intorno frastuono di gente, ticchetta,

l’orologio gigante ticchetta,

fili tesi e respiro affannato, ticchetta.

Lo placo, piano, inspira profondo soffia, piano, profondo inspira soffia, piano, perdendomi oltre la

torre, piano,

gli annunci,

lontani,

piano.

Nel mentre pedalo.

Da un punto remoto, distante anni luce eppure preciso, tra la testa il cuore e la chiesa, laggiù, in fondo, il campanile i tetti le case, è chiaro appena più chiaro il sole è vicino, il verde le foglie il tepore – ci troverà già stesi nei prati l’estate del mondo? – eppure laggiù, all’incrocio dei venti lo senti, è un nulla ma tutto è diverso, un respiro – potessi ingoiar nei polmoni ogni granello di sabbia, la sua – gli occhi – i miei – socchiusi quel tanto che l’orizzonte sia lì, cassetto nascosto eppure laggiù, è un istante, nemmeno un momento, un nero più nero tra i nembi poi acqua.

Uno scroscio.

Le gocce pesanti – il sapone sul sangue la doccia bollente – fredde di un freddo pungente – il ferro le pietre, i binari roventi – le ossa, spine profonde son spugne, vestiti inzuppati, occhiali appannati, eppure laggiù, all’opposto, nell’altro emisfero del ponte, ancora risplende un dubbio d’azzurro.

Ripenso. Il naso per aria, fissavo le stelle, o forse era giorno, non lo ricordo. Forse era un sogno, un brivido a pelle, sapevo di essere là senza conoscere luogo, ma la casa alle spalle, bianca, bianco il muro, scrostato

l’intonaco un chiodo,

nero

uno solo,

nero

gli occhi,

neri

a fissarlo d’incanto, improvviso lo specchio a riflettere un segno (pedalavo e d’un tratto uccelli, si è aperto lo stormo, al centro fenice fiammante, sognavo?) poi un pensiero, fulmineo neppure intuito un istante – un colpo di reni su

il sedere, veloce e poi

giù,

un’onda dal coccige al collo, dosso, e ritorno.

Pedalo, bagnata, e raggiungo la chiesa. Era l’acqua, nuotavo forse nel mare, forse nel fiume, da sola? D’un tratto un trillo, brusca la sveglia prima che la mano potesse trovare, nel buio scavare, eppure nel buio son certa.

 

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1 commento

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