Mi credevo diverso 4

- 26 febbraio 2011

In sala operatoria ci andò la prima volta per assistere a un intervento di riduzione di una frattura ossea. Un ragazzo era caduto dal motorino e si era rotto il gomito in cinque parti diverse. Aveva pezzi di omero, radio e ulna in giro per il braccio, come se stessero galleggiando dentro un acquario.

Loro avrebbero preso tutti questi pezzi e li avrebbero riattaccati nella giusta posizione utilizzando delle viti apposite, non certo quelle della cassetta degli attrezzi di suo padre.

Il chirurgo gli aveva spiegato in dettaglio cosa avrebbero fatto, quale era la procedura da seguire in determinati casi, l’anestesia, l’incisione e tutto il resto; ma lui a dire la verità non lo aveva ascoltato neppure per un secondo. Ci sarebbero state altre occasioni per stare attento a cosa fare e cosa non fare. Quella volta avrebbe dovuto soltanto osservare la scena senza disturbare. Aveva ormai già deciso da tempo che quella prima opportunità l’avrebbe sfruttata solo per saziare la sua curiosità.

Finalmente avrebbe potuto vedere cosa ci fosse dentro un corpo umano, senza dovere utilizzare dei modellini o la propria fantasia per immaginarselo. Avrebbe visto la realtà, lì, proprio davanti ai suoi occhi, priva di artifizi o finzioni. Avrebbe davvero capito di cosa era fatto.

Quando il ragazzo arrivò nell’anticamera della sala operatoria, lui era già vestito con il suo camice verde, la bandana antisettica, le mani dentro guanti di lattice. Un medico specialista avrebbe praticato l’anestesia, prima quella locale con tre punture sotto l’ascella del braccio interessato, poi anche quella totale. Fatto questo il ragazzo, ormai del tutto addormentato, sarebbe stato portato in sala operatoria.

Lui camminava ansioso su e giù per la stanza, ignorando le radiografie appoggiate in verticale sulla lavagna luminosa per avere un riferimento visivo di quello che li aspettava dentro quel gomito esploso. Vide gli infermieri posizionare il ragazzo a pancia in giù, e appoggiare il braccio interessato su di un supporto in metallo che lo teneva leggermente piegato e ben fermo in una posizione comoda per chi doveva lavorarci. A quel punto il dottore gli fece cenno di avvicinarsi, l’operazione stava per iniziare.

Lui non stava più nella pelle, sentiva il cuore battergli all’impazzata, l’adrenalina pompare forte nelle vene per l’eccitazione. Era tutto un fremito di felicità, la sensazione fantastica che si prova un attimo prima che un sogno si avveri. I nervi gli pareva stessero per esplodere fuori, come fuochi d’artificio sparati alti nel cielo.

Stava sulle punte dei piedi, dietro gli altri medici, cercando di sbirciare da sopra le spalle di chi aveva davanti. Vide il bisturi eseguire un’incisione decisa di circa dieci centimetri. Un rivolo rosso di sangue bagnare la ferita. Era la porta attraverso la quale sarebbero usciti i muscoli, i tendini, i nervi, tutto quello che c’era dentro, le esperienze, le sensazioni ‒ si chiese quale forma avessero, se fossero rotonde o avessero gli angoli.

Con delle pinze vennero presi i lembi del taglio e la ferita venne aperta, portando i due margini uno da una parte e uno dall’altra, trasformando quella linea retta in una specie di ellissi.

Era giunto il momento. Dentro c’era il segreto che tanto agognava. Gli occhi gli uscirono quasi fuori dalle orbite. La curiosità si impennò fino a fargli trattenere il respiro per interminabili secondi.

Si sentì sull’orlo della felicità pura, l’uomo più contento del mondo, appagato, in pace con l’anima, la mente, immerso nella beatitudine suprema. Un orgasmo psicologico protratto fino alle porte del paradiso, teso alla sua massima estensione, la pelle d’oca, brividi intensi e profondi. Si morse il labbro inferiore per contenere tutto quel piacere.

Quando finalmente vide ciò che c’era, si voltò di scatto, piegandosi sulle ginocchia, e vomitò.

 

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