Mi credevo diverso 3

- 19 febbraio 2011

A scuola avevano questo modellino anatomico del corpo umano, a grandezza naturale. A prima vista sembrava solo un semplice uomo nudo, dalla pelle plastificata, in realtà era una specie di scatola. Il coperchio, la parte frontale sulla quale erano disegnati in rilievo tutti i muscoli del corpo, faceva perno su dei cardini posizionati sul lato destro, aprendosi come una porta, solo che nei giorni di pioggia non cigolava. Dentro c’era uno scheletro, completo. Il cranio, la cassa toracica, i femori, le costole, le vertebre una sopra l’altra. Non mancava niente. Racchiusi dallo scheletro c’erano gli organi. Dentro la cassa toracica c’erano i polmoni, e nascosto tra questi e la pleura si poteva intravedere il cuore. Appoggiato sul bacino c’era l’intestino, crasso e tenue. Poco sopra c’erano il fegato e la milza. Se ne stavano tutti quanti stretti gli uni accanto agli altri, perfetti nella loro posizione, senza invadere lo spazio altrui.

Ognuno aveva un compito preciso e questa era la loro unica preoccupazione. I polmoni servivano a respirare, lo stomaco per digerire, i reni per pulire il sangue e il cuore per mandare avanti tutta la baracca. Ogni azione era regolata a livello conscio o inconscio dal cervello, che se ne rimaneva al sicuro dentro la scatola cranica e organizzava il lavoro guardando ogni cosa dall’alto in basso.

Durante le prime lezioni, quando il professore spiegava chi faceva cosa e come, il modellino se ne stava tranquillo in un angolo senza essere aperto o chiamato in causa. Lui lo guardava con ammirazione, senza troppo preoccuparsi della lezione che stava perdendo a fantasticare sulla sagoma dell’uomo di plastica. Aspettava ansioso il giorno durante il quale quel vecchio professore borioso si sarebbe deciso a trascinare il modellino al centro della classe e ad aprirlo di fronte a tutti gli alunni, dandogli la possibilità finalmente di vedere con i suoi occhi qualcosa di tridimensionale, e non quei semplici disegni pastello che riempivano le spiegazioni nei libri di testo. La sera quasi sbavava all’idea che la lezione della mattina successiva avrebbe potuto essere la lezione che tanto aspettava.

Quando avvenne, però, come succede spesso quando si desidera tanto una cosa e ci si costruisce sopra fantasie e ipotesi, congetture, la delusione fu tanta da bruciare all’istante tutta la magia dell’attesa. Dentro il modellino non c’erano le risposte che cercava, o almeno, le risposte non erano così dettagliate quanto invece avrebbe desiderato. Si poteva benissimo vedere come fosse fatto tutto quanto, gli organi erano posizionati nel punto giusto, non ne mancava neppure uno all’appello, ma allo stesso tempo mancavano un sacco di cose. Non c’erano le vene, né le arterie o i capillari, mancavano i nervi, le cartilagini. In compenso, tra un organo e l’altro, c’erano degli spazi vuoti.

Cosa diavolo ci facevano? A cosa servivano?

Molto probabilmente, si disse, quelle fessure libere tra un organo e l’altro venivano riempite via via dall’esperienza. Le persone imparano ogni giorno qualcosa di nuovo: le parole dai libri, i posti che vedono per la prima volta, le persone e il tempo passato a sorridere insieme. Tutte queste cose non potevano essere messe dentro le vene. Quelle erano già piene stracolme di sangue da portare in ogni parte del corpo. Non potevano neppure essere accatastate dentro lo stomaco, altrimenti sarebbero state digerite dai succhi gastrici. No, dovevano avere un posto particolare, a seconda della loro natura, visto che dentro il corpo non c’era un organo specifico addetto alla raccolta di ciò che si impara. Quindi i sentimenti si accumulavano forse tra il cuore e i polmoni. La delusione tra i polmoni e lo stomaco. La rabbia tutta quanta attorno al fegato.

Era questa la sua teoria sul reale scopo di quegli spazi vuoti: erano come dei magazzini dentro i quali mettere tutto quanto si apprendeva in ogni singolo minuto, ciò che si raccoglieva e non si voleva più abbandonare. C’era spazio per i suggerimenti, i consigli, e anche per persone intere.

C’era spazio per tutto quello che non si voleva perdere. E ogni giorno dovevi cercare di riempirti sempre il più possibile, sentirti pieno, altrimenti in un modo o nell’altro saresti arrivato a sera sentendoti irrimediabilmente vuoto e avresti avuto paura di essere mangiato da quello stesso vuoto.

Questo era ciò che pensava, quello che immaginava. Ma non poteva limitarsi a ipotizzare. Doveva vedere, doveva guardare dentro.

 

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