Mi credevo diverso 2

- 12 febbraio 2011

Fino a circa nove anni aveva fantasticato su quale materiale poteva comporlo. All’inizio aveva pensato di essere fatto di pongo, ma poi non riusciva a spiegarsi come mai, se fosse stato fatto davvero di pongo, non potesse cambiare di forma, rimanendo solo un poco malleabile per riuscire a muovere le braccia e le gambe, le articolazioni tutte. I barbapapà, per esempio, erano fatti completamente di pongo, potevano diventare una teiera, una mongolfiera, pure una casa intera composta da pareti e mobili. I barbapapà potevano diventare qualsiasi cosa, mentre lui no.

Quando suo padre tirava fuori dal garage la cassetta degli attrezzi, magari per riparare un elettrodomestico che la mamma aveva inavvertitamente rotto, lui si metteva a frugare nervoso tra le viti, quelle piccole e seghettate, prendendole una a una e controllando se potessero stare come lunghezza dentro il suo gomito, a unire la parte alta e la parte bassa del suo braccio. Le viti di suo padre però erano troppo piccole o troppo grandi. Alcune di sicuro non sarebbero riuscite ad andare abbastanza in profondità, mentre altre invece sarebbero spuntate da parte a parte rompendo la pelle.

Poi un giorno un suo amico tornò a casa con la testa fasciata. Sembrava uno di quegli arabi vestiti di bianco che si vedevano alcune volte alla televisione in vecchi film ambientati nel deserto dove tutti si divertivano a cavalcare dei poveri cammelli. Stando al racconto del suo amico quest’ultimo aveva battuto la testa e gli avevano dato tre punti, e indicava una zona nascosta dalle bende poco sopra il sopracciglio destro. Lui l’aveva guardato stupito e gli aveva chiesto: che premi puoi vincere?

Suo padre quando doveva mettere benzina stava attento a fermarsi sempre allo stesso distributore, per poter partecipare a un concorso al quale vincevi in base a quanti punti avevi raccolto sulla tua tessera fedeltà. Due litri di benzina equivalevano a un punto. I punti ti venivano consegnati dal benzinaio sotto forma di bollini da incollare negli appositi spazi di un cartolina pieghevole.

Potevi richiedere vari premi, più o meno importanti. Se raccoglievi cinquanta punti potevi avere un cappellino; con centocinquanta, un giubbotto; fino ad arrivare a potere ottenere un televisore di ultima generazione; ma per quello, gli diceva suo padre, avrebbero dovuto fare il giro del mondo almeno tre volte.

A lui piaceva la sensazione di vincere qualcosa, anche se in pratica l’aveva pagata raccogliendo tutti i punti per ottenerla; ma la possibilità di avere un cappellino nuovo, o una maglia, un giubbotto, lo esaltava. L’idea della vittoria, anche senza fare niente di eccezionale, senza dover sconfiggere mostri o combattere demoni.

Si domandava perciò: se due litri di benzina equivalgono a un punto, per ottenere tre punti in testa cosa si doveva fare? E al posto del televisore c’era magari un premio ancora più grande?

Il suo amico però lo guardò come si guarda uno stupido, o un asino. Per un breve lasso di tempo si chiese pure se lo stesse prendendo in giro. Non poteva parlare sul serio. Non poteva credere davvero che le cicatrici fossero una specie di prova d’acquisto da conservare sul proprio corpo. Chi più ne ha, più possibilità ha di vincere il premio finale. Chissà quale premio poi. Le cicatrici sono solo dei segni che rimangono sulla pelle a ricordare dei tagli o degli incidenti!

Questo era quello che pensò il suo amico quando lui chiese quali premi poteva vincere. Sarebbero stati necessari altri anni prima che capisse davvero cosa fossero le cicatrici, e quanto potessero bruciare anche quando si sono del tutto richiuse, o come le persone si riempiano di cicatrici invisibili, non tanto per rimarginare tagli sulla pelle quanto piuttosto per guarire strappi interiori.

A lui invece non servirono anni per capire che i punti in testa al suo amico non erano dei punti da raccogliere per partecipare a un concorso, quanto piuttosto dei punti di sutura, delle specie di stringhe strette a chiudere una ferita. Capì anche, con una specie di lampo di genio, che se c’era una ferita, prima di richiuderla con i punti, si poteva usare come una finestra per sbirciare cosa ci fosse dentro.

Da quel giorno ebbe uno scopo. Cambiò. Da grande avrebbe fatto il chirurgo.

 

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