Mi credevo diverso 1

- 5 febbraio 2011

Aveva deciso di iscriversi a medicina perché un giorno, da bambino, mentre si trovava nel bosco, aveva sentito: crack! Un rumore netto, deciso, rapido, iniziato e finito quasi nello stesso momento.

Si era guardato attorno, per scoprire cosa avesse provocato quel suono, ma non aveva trovato niente. Non era caduto nulla dagli alberi, non aveva calpestato nessun ramo secco, coperto da foglie morte o nascosto dall’erba alta. No, lui era fermo e così pareva essere tutto il paesaggio circostante.

Suo padre si era voltato a guardarlo, solo questo, ma lo aveva fatto in silenzio.

In famiglia soltanto nonno soffriva di artrite. Quando si muoveva gli scricchiolii delle sue ossa lo attanagliavano con piccoli dolori, così diceva, ma non uscivano mai fuori dal suo corpo, rimanevano dentro, e anche se apriva la bocca senza dire nulla, solo per farci entrare dentro le mosche, questa non veniva usata come cassa di risonanza. Erano scricchiolii privati, questo diceva suo nonno quando di tanto in tanto lui gli chiedeva di fargli sentire uno di questi cigolii.

Suo padre si era avvicinato. Stai bene?

Avrebbe corso lui stesso, in quella particolare gara che papà aveva fatto con il fiatone, sempre più affaticato, per tornare dal punto del sentiero in cui si erano fermati fino alla strada vera e propria, quella d’asfalto, e da lì al parcheggio dove mamma li aspettava seduta in macchina ad ascoltare la radio. A lui piaceva correre. Lo faceva quasi tutti i giorni, da casa a scuola e da scuola a casa.

Sudava neppure si fosse trovato al centro dell’inferno. Ogni volta, appena arrivava in cucina, sua madre lo spediva dritto in bagno, a farsi una doccia, altrimenti gli sarebbe venuto un malanno, il sudore a ghiacciarsi sul petto.

Suo padre lo aveva preso in braccio, senza dargli l’opportunità di obbiettare alcunché, e aveva iniziato a correre. Prima forte, poi rallentando un po’, fino ad arrivare alla macchina quasi camminando, tutto bagnato fradicio dalla fatica, le braccia indolenzite che non ne potevano più di sorreggerlo a culla. Quella volta però sua madre non aveva detto: vai a fare una doccia! Aveva solo guardato lui e si era lasciata scappare un sospiro tremante.

Di lì a qualche ora si sarebbe ritrovato con un piede ingessato, il dottore che guardava un po’ lui, un po’ le sue ossa bianche su fogli neri, un po’ lui, un po’ i suoi genitori e poi di nuovo lui. Si era rotto la caviglia. Era inciampato senza accorgersene, mettendo male il piede e facendoci forza fino a quando quella non aveva ceduto. Dopodiché basta, aveva deciso di mollare. Il crack che aveva sentito era la sua caviglia che lo avvertiva che sarebbe entrata in sciopero. Uno sciopero prolungato, a quanto pareva. Un mese, senza potere appoggiare il piede a terra.

Quella fu la prima volta che si accorse di essere fatto di qualcosa. Fino ad allora non si era mai preoccupato molto di se stesso e di cosa potesse avere dentro, guardava soltanto all’esterno. Magari chiedeva per quale motivo il cielo fosse blu, o grigio quando pioveva, ma mai aveva afferrato la gonna di sua madre per attirare la sua attenzione e chiederle: ma dentro, io, cosa ho?

Lui mangiava. Mastica bene prima di ingoiare, gli ripetevano i suoi genitori quando era a tavola e si metteva in bocca un pezzo di bistecca grande quanto un suo pugno. Poi dopo un po’ di tempo andava in bagno. Tutto lì. Per lui quello che entrava dentro usciva anche fuori. Era un tubo con un inizio e una fine.

Quella volta però aveva capito di non essere proprio fatto in quel modo. Insomma, le ossa, quelle che si erano rotte, chi ce le aveva messe? Se anche le aveva mangiate, magari un giorno per sbaglio, perché non erano uscite insieme a tutta l’altra roba?

Iniziò a farsi domande, sempre più profonde, su se stesso. La curiosità in un bambino fa crescere.

E quando un adulto gli chiedeva cosa volesse fare da grande, lui non rispondeva l’astronauta, o il cowboy, o il cowboy spaziale. No. Serio e sicuro diceva: il medico.

 

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